In Italia, ogni anno febbraio inizia e sa che dovrà passare in fretta perché tutti si lamentano di Sanremo. In Italia, ogni anno Sanremo inizia e sa che dovrà intrattenere un pubblico esigente che spera di vederlo finire in fretta. In Italia non importa che tu segua o meno Sanremo, l’importante è che ne sentirai parlare. Tanto.

Quest’anno, poi, è sbarcato a Sanremo un nuovo genere: l’indie. Scrivo “nuovo” perché indie non è più sinonimo di musica indipendente ma è diventato un sottogenere dalle caratteristiche non meglio definite. Mi spiego: avete presente gli Zen Circus? Quel gruppo in cui non si capisce bene se il cantente stia parlando o cantando… Ecco, quello è il famoso indie italiano. In effetti l’indie non è propriamente un genere, è più un miscuglio tra rock, pop, post-punk e via dicendo. È nato così, alternativo ma inserito in una tradizione, e nello stesso modo si sta sviluppando in Italia.

Essendo una novità per i meno giovani (i giovani lo hanno scoperto già da un po’), è soggetto a parecchie critiche. I testi sono quasi ermetici, a volte volutamente, più spesso sono solo parole a caso. Il modo di cantare è molto diverso rispetto a quello tradizionale. La melodia a volte non è subito orecchiabile. Probabilmente appena gli Zen sono saliti sul palco avete fatto lo sforzo di cambiare canale, giusto il tempo di spoilerarvi “Dallas Buyers Club” e far finire la canzone. Non che abbiate fatto male, anche a me quel pezzo non piace.

Tuttavia questo nuovo genere, come tutte le novità, ha degli aspetti interessanti che vanno oltre la musica. Piace molto ai giovani e questo vuol dire qualcosa: parla di loro, dei loro problemi e via dicendo. Può non piacere, ma se ha così tanto seguito vale la pena di sforzarsi e ascoltarlo. Alla fine la musica è sempre stata portavoce di movimenti, ideologie e cambiamenti generazionali, ed è per questo che bisognerebbe interessarsi soprattutto a quella odierna. Serve per capire il presente, e alla fine potrebbe anche piacervi.