Siamo nella famosa settimana di febbraio in cui tutti gli italiani, nel bene o nel male, sanno che si parlerà principalmente di una cosa: il Festival di Sanremo, arrivato alla 69esima edizione.

Lo ammetto, io non guardo lo show televisivo, ma sono solita ascoltare i brani in gara il giorno dopo su Raiplay, in modo tale da farmi un’idea del Festival senza i fronzoli che accompagnano la kermesse.

E l’idea che mi sono fatta quest’anno, molto simile a quella dello scorso anno, è che la media delle canzoni proposte è molto mediocre, tanto che a spiccare sono solo le trovate eclettiche (ad es Achille Lauro) o le esecuzioni impeccabili (ad es Arisa).

Ma d’altronde Sanremo si propone come uno specchio della musica italiana, che quest’anno non si può dire che non sia rappresentata in (quasi) tutte le sue sfaccettature: dalla classica canzone melodica italiana al neomelodico napoletano, passando per il pop rock e per il rap/hip hop, senza dimenticare mai l’Indie imperante. Come una sorta di quota rosa anche un po’ di Trap ha trovato spazio, così come i testi impegnati e la lirica. Perciò, se tutto quello che di italiano va in Italia lo trovate (ovviamente in maniera più edulcorata) sul palco dell’Ariston, davvero in Italia tutto ciò che va di italiano è così mediocre?

Per come ma vedo io, purtroppo sì. Badate bene, non è una questione di gusto personale e ve ne dò prova con un esempio: i Negrita (Band che idealmente si avvicina di più ai miei gusti personali) non mi sono per niente piaciuti all’Ariston perché hanno presentato una canzone lontana da loro stessi. Ha reso molto di più un Nek che ha portato una canzone alla Nek in cui ha potuto dare il meglio di sé.
Troppo spesso l’impressione che ho è che alcuni artisti non sappiano più bene da che parte andare e quindi si facciano trascinare dalla moda del momento.

Per questo Festival posso proporre anche una motivazione “tecnica”: fateci caso, da un pò di anni a questa parte va di moda quella cantata (soprattutto nelle strofe) rotolante, cantilenante, quasi recitata, sicuramente presa in prestito dall’Indie italiano. Di fronte a queste “melodie” non è richiesto un cantante perfetto tecnicamente, ma un interprete dotato di un qualcosa di eccezionale: l’anima.

Quando questa manca, la canzone diventa subito mediocre, perché non è retta da nulla (già la melodia non c’è, se le togli il pathos non rimane proprio niente). Con questa ottica, andate a sentire la differenza tra la performance degli Zen Circus e quella di Renga e poi chiedetevi chi dei due usa questa cantata come mezzo artistico o come moda del momento.

Per fortuna in questa mediocrità qualcosa di vero è comparso: mi riferisco a Simone Cristicchi ma soprattutto a Daniele Silvestri, seguito dalla Bertè, perché portano brani che si sente che sono sentiti fino alle loro ossa (scusate il gioco di parole). Probabilmente anche la Turci, ieri sera però penalizzata da un calo di voce e quindi da risentire.

Concludo con il mio pronostico per il vincitore: Ultimo. Ha portato un brano con una performance molto appassionata, che sicuramente conquisterà il pubblico. Certo la canzone non è niente di nuovo. E qui ecco spuntare un’antica contraddizione tutta italiana: bravi interpreti che cantano canzoni mediocri che si alternano a canzoni potenzialmente forti interpretate dal soggetto sbagliato.

Se il mondo della musica italiana (e con questo termine intendo: cantanti e musicisti, ma soprattutto produttori, distributori, etichette, radio, tv, sponsor) tornerà a ricercare e promuovere l’unione vincente tra canzone forte e interprete capace, vedrete che sarà difficile trovare a Sanremo un mucchio di brani senza infamia e senza lode.

di Vanessa Lucca