German_Autobahn_1936_1939Mia nonna, sul sedile del passeggero, masticava Alka-Seltzer e proponeva rutti acidi, incurante del buco nell’ozono. Proprio in quell’istante, la mia anda fu sverniciata dalle sirene spiegate di un camion dei pompieri, che nella luce del giorno sembrava un fuoco blu lampeggiante. Solo allora la vidi. Una colonna di fumo nerastro si alzava verso il cielo e, a occhio e croce, a bruciare doveva essere proprio l’ospedale.

Eravamo diretti nello stesso posto, il camion dei pompieri e io. E mia nonna, ovviamente. E la mia Alfa Romeo, se la si considera come un personaggio chiave della vicenda. Per me è un personaggio chiave della vicenda, non so per voi. L’autobotte si allontanò senza pagare l’autostrada. Io invece pagai e potei finalmente ltrepassare il temutissimo cartello della Provincia Messicana. Oltrepassarlo mi mette appetito, oltre a provocare un densa nube di fumo bianco sul posteriore della mia Lancia Delta. Ma è il caso di affrettare il racconto della nostre folle corsa, e di superare la prima rotonda messicana, da fare in terza.

All’uscita, lo spettacolo fu unico. Sulla mia destra, e su quella di mia nonna e della mia Panda, una mandria di vacche si innamorò di uno stormo di mongolfiere. Restarono così a lungo a contemplarsi che le vacche,sempre col naso all’insù, si dimenticarono di riempire a dovere il rumine, e finirono per morire di fame, confermando l’antico e popolare detto che in amore vincono i palloni aerostatici. Sempre. Mi sembra ovvio che il lungo osservare le vacche morire di fame comporta un bello strappo tra fabula e racconto; perciò, per non annoiarvi, salterò la parte in cui vado dal barbiere a farmi radere, quella in cui rinnovo la patente, ma soprattutto quella in cui scopro che il mio fratello adottivo argentino è intollerante alla nausea.

Si svegliò mia nonna durante un brutto curvone a Π/2, e, ricordandosi di essere stata anche lei una vacca, mi vomitò il bolo schiumante di Alka-Seltzer sui tappetini griffati Alfa, adducendo la colpa sì al curvone Π/2, ma anche ad un suo vecchio problema all’abomaso. Per ripicca, e per non dover respirare quell’aria viziata di pepsinogeno, mi fermai, all’altezza di un puttanone bulgaro, ad un convegno di appassionati di nebbia, e mi stupì la scarsa partecipazione. Una contessa scozzese, con i capelli rossi e svariati ritardi mentali, dovuti in parte agli errori genetici avvenuti durante il
crossing over nella profase I della divisione meiotica, e in parte all’abuso del pronome Io inculcatole dai genitori, dimentichi del fatto che Io fosse null’altro che la vacca di Giove, mi chiese come fosse Budapest.

Fui costretto a mentire: “Non male, è una bella città”. Poi scappai in macchina, ma solo all’altezza del cofano mi accorsi di aver confuso Budapest con Valencia. Mia nonna, dopo un breve preambolo alla liquirizia, mi chiese dove fossi stato. La sedai, pur di non darle risposta. Alla radio, un giovane Domenico Modugno interpretava una canzone scritta anni prima da Jovanotti.

Guadammo l’Isonzo (fortuna che avevo deciso di prendere la mia Jeep, e non la Croma, come avrebbe preferito mia madre) e venimmo scaraventati nel turbine nero dell’incendio. La prima cosa che distinguemmo fu il nonno bionico in fuga dall’inferno, con le stampelle. La buona notizia fu che
si portò via la nonna e scapparono in Cile, dove conobbero la storia di Neruda e di Pinochet e indossarono graziosi giubbini aderenti Adidas. Così mi vidi costretto ad abbandonare anche l’altro personaggio principale, la mia Lancia Delta, che pianse lacrime antigelo dalla mascherina del radiatore, al momento dell’addio. Poi, finalmente, capii perché l’ospedale stava bruciando. Era pieno di fuoco al suo interno e le fiamme avevano sfondato le finestre, e lingue impazzite di fumo leccavano anche i ruvidi muri esterni. Il fuoco era la vera causa di quell’incendio.

Ma se la regia mi dà il ralenti su tutta questa scena, vi dico cosa accadde dopo. Vidi Lei, a cavallo del suo pianoforte gran coda (che si vedeva benissimo che lo aveva preso coi punti Tamoil), premere su quei pedali e avvicinarsi a me, in mezzo a tutto quel carnaio. Finalmente compresi che un pianoforte e una bicicletta non sono poi così dissimili, se solo sapessero accettarsi vicendevolmente. Smontò mi accarezzòe mi disse: “Cosa posso offrirti, amore, di tanto dolce da privarti del tuo grande dolore?” Fui spiazzato. Fui prevedibile e scontato quando le risposi, balbettante: “Un balsamo all’essenza di Magnolia”. Ripresero proprio sulla parola “essenza” i bombardamenti giapponesi, anche se la causa principale dell’incendio rimase, secondo i periti, il fuoco. Ma quella donna, ahi, quella donna! Quella cavalcatrice di Steinway l’amai così tanto. Seppi il suo nome solo anni dopo, ma nell’euforia generale della scoperta mi dimenticai di respirare e morii senza averle detto che quel balsamo era profumatissimo. Nel frattempo, un fachiro semi-nudo mi portò un televisore, al cui interno mi stavano intervistando, in diretta nazionale. Poi luce.

(Salto qualche riga per far capire al lettore lo squarcio spazio-temporale del racconto, lasciando che contestualizzi da sè senza interventi semantici esterni, il fatto che un episodio del racconto sia finito e ne stia iniziando un altro. Precisamente siamo di fronte alla ripresa dell’intervista del protagonista stesso all’interno della tv portatagli dal fachiro semi-nudo. Ma tutto questo verrà taciuto, cosicché il lettore possa fruire del bel momento di suspance che lo porta a scoprire il seguito)

“Ci dica, per quale motivo si esula dalla realtà?”
(la donna aveva in mano un microfono così fallico che mi scappò da ridere).
“Forse non è un esularsi. E’ un abbellirla con statue di gesso. Lei abbellirebbe il suo giardino con
statue di gesso?”
“Certo”
“Anch’io.”