img090_2Il procedere dolce e ondeggiante dell’autobus lo cullava. Gli occhi ridotti a due fessure si chiusero completamente e l’uomo si abbandonò a un sonno profondo, con la testa appoggiata al finestrino e la ventiquattrore sulle ginocchia. “Deve scendere” furono le parole che lo costrinsero a svegliarsi bruscamente, con un imbarazzante rivolo di saliva alla bocca e la faccia ancora stropicciata dal breve riposo concessosi. Breve ma non tanto da permettergli di scendere alla fermata giusta. Infatti si trovava al capolinea, tre fermate dopo quella a cui sarebbe dovuto scendere.

L’autobus lo lasciò su un marciapiede. Lui, la sua ventiquattrore e il capotto appoggiato sulla spalla perché il sole primaverile aveva deciso proprio quel giorno di ruggire caldo e opprimente. L’uomo non aveva voglia di aspettare il prossimo autobus in partenza, così, nonostante la calura, si incamminò.

Il nulla, il vuoto, e l’anonimo ovunque guardasse erano ancora più evidenti di quando se n’era andato. Già allora detestava quel paesino di provincia tranquillo e silenzioso, troppo tranquillo e troppo silenzioso rispetto alla grande città dinamica e imprevedibile in cui si era trasferito. Continuava a camminare a passo svelto, nella speranza che il paesaggio potesse in qualche modo variare.

Poi l’apparizione. La casa gialla con il piccolo giardino attorno non era affatto cambiata, sempre le solite tende, i soliti gerani rosa appesi al balcone e il solito vecchio gatto grasso assopito sulla scala. Gli faceva un certo effetto, il tempo non sembrava essere trascorso.

Suonò titubante il campanello. Non ricevette risposta, ma una donna robusta dai fianchi tondi corse fuori dalla porta, spalancò il cancelletto e gli si buttò al collo. Solito grembiule rosso e bianco, solito profumo di patchouli misto al piatto del giorno. Oggi doveva essere arrosto di maiale e patate al forno.

Le osservò il viso: le rughe si erano fatte più evidenti e i capelli più argentei. Lei non godeva dell’immortalità della casa. “Com’è andato il viaggio? Quanto ci hai messo? Perché non ti fai mai sentire?”. Troppe domande, come sempre. “Per quanto ti fermerai?” non lo sapeva neanche lui, e al momento non voleva pensarci. Non voleva pensare a quanto tempo sarebbe stato necessario affinché la situazione si calmasse, a quanto tempo sarebbe dovuto rimanere separato dalla sua vita, dalla sua amata città.

Illustrazione: Giulia Peretti