disegnoSolita panchina, il giornale del giorno in mano, sfogliato pigramente. Nulla catturava la sua attenzione perciò lo ripiegava accanto a sé, sotto il taccuino spesso e stracolmo di biglietti da visita, foglietti, fotografie, disegni. A breve sarebbe iniziato lo spettacolo. Il primo pomeriggio era l’ora migliore, riusciva a godere di un’ottima visuale. Il sipario era già aperto. Come ogni pomeriggio al primo piano del palazzo dall’altra parte della strada l’ampia finestra della cucina permetteva di vedere due bambini, un maschio e una femmina, seduti al tavolo . Il più grande poteva avere al massimo nove, dieci anni, un metro e venti di puro dispetto. Si divertiva a infastidire in ogni modo possibile la sorellina. La madre si era da poco allontanata che lui già iniziava a tirare con forza le lunghe trecce della bambina. La smorfia del pianto le piegava la bocca all’ingiù e le lacrime le rigavano il viso. Ecco la madre che arrivava di corsa urlando contro il bambino, che senza discolparsi si limitava a sogghignare in un angolo, mentre la sorellina veniva teneramente consolata.

L’uomo alzava gli occhi e affacciato al balcone del piano superiore vedeva come ogni giorno l’anziano signore con gli spessi occhiali dalla montatura scura. Indossava sempre una vestaglia color cachi sopra al pigiama. Era trasandato, con sporadici capelli bianchi spettinati e il fedele bastone appoggiato poco distante. Non sapeva se si fosse mai accorto della sua presenza, ma era incuriosito da quel vecchietto che esattamente come lui osservava per ore tutti coloro che attraversavano la strada sottostante. Era curioso di sapere quali conclusioni avesse tratto dalle sue lunghe osservazioni, quali pensieri gli attraversassero la mente. In cuor suo temeva però che l’uomo si lasciasse oltrepassare da tutte queste persone, senza pensare nulla di loro, vedendo ma non guardando. E se fosse diventato così tra una ventina d’anni? No, non poteva permetterlo, per questo motivo annotava i suoi pensieri, le storie di tutte quelle persone che inconsciamente erano diventate parte della sua vita, del suo lavoro, erano diventati importanti protagonisti senza neanche saperlo. L’uomo non voleva sembrare un maniaco, un persecutore, lui voleva solo trarre ispirazione dalla vita di altre persone. Bastava il loro incipit e poi la sua fantasia si scatenava. A partire dalla quotidianità creava trame intrecciate, complesse, tutto fuorchè banali.

Poi arrivava il momento più atteso, l’appartamento adiacente quello del vecchio era il suo preferito. Una donna sui quarantacinque anni usciva di casa, veloce tornava al lavoro dopo la pausa pranzo. Il figlio, un adolescente alto con una massa di capelli ricci che gli coprivano gli occhi era disteso sul divano e con un cenno salutava la madre prima che chiudesse la porta. Esattamente cinque minuti dopo, puntuale come ogni giorno, la porta si riapriva e entrava una ragazza, la ragazza. Capelli corvini, lunghi, maglietta degli ACDC e tracolla trapuntata da spille di ogni genere. Un sorriso bellissimo che si chiudeva nel bacio dato al ragazzo riccioluto. Questa scena faceva sorridere ogni giorno l’uomo della panchina, facendogli rimpiangere un po’ di non avere mai provato l’amore libero e spensierato dei ragazzi. Di solito stavano seduti sul divano, abbracciati a guardare un film, oppure iniziavano a lanciarsi i cuscini color porpora. Ogni tanto poi si alzavano, baciandosi, e complici, si avviavano verso un’altra stanza, uscendo dalla sua visuale. L’uomo sorrideva sornione, sentendosi complice anche lui di quegli incontri segreti.

La panchina veniva raggiunta dall’ombra. Quello era il segno che era ora di andare, a breve il sipario si sarebbe chiuso. Si avviava verso casa, con la testa già persa tra mille storie diverse, indeciso tra quale seguire. Una volta entrato nel suo appartamento, posava i suoi appunti sul tavolo e si preparava una tazza di caffè. Si avvicinava alla finestra e con un gesto teatrale chiudeva le tende, per aprire il sipario alla creatività.

 Illustrazione: Giulia Peretti