imagesHo vissuto, in sogno, la singolare esperienza di vagare in un mondo in cui tutti si esprimevano solo attraverso aforismi e citazioni, di ogni tipo e autore: era mattina ed ero appena uscito di casa; una densa foschia celava il vedo intorno a me, un’altra nebbia, quella onirica, altrettanto consistente, galleggiava nella mia testa e, avara, si diradava, rivelava le mie intenzioni e il perchè mi trovassi errabondo e inquieto assai lentamente.

Al momento ero solamente conscio del fatto di camminare in direzione della fermata del bus, ma non del perchè,  né del luogo in cui ero destinato. Arrivato alla pensilina seppi che, ad ogni modo, il pullman era in ritardo; sciocco da parte mia sperare che il trasporto pubblico funzionasse almeno in sogno; dal grigio emerse una figura grottesca nella sua forma, e spaventevole: si rivelò un uomo con il cane al guinzaglio. Sapevo di conoscerlo, quell’uomo: una storia assai triste, molti anni addietro, rimasto vedovo dell’amatissima moglie in giovane età e da allora inconsolato; quand’ero un ragazzino, io e miei amici ci intrattenevamo sovente per scambiare due parole e far conoscenza con quella sua bestiola assai ben tenuta e a cui lui, realizzai in quel momento, dava tutto l’affetto che la morte gli aveva proibito di donare alla sua amata. La tristezza di quel pensiero mi fece distogliere lo sguardo dall’incedere lento e misurato con cui l’uomo,ancora distante, mi veniva incontro. Voltai il capo dall’altra parte insomma, e dall’altra parte l’avrei tenuto se la sensazione improvvisa che egli fosse di fianco a me non mi avesse fatto girare: avevo ragione, ma quella ovvia violazione della fisica passò inosservata al mio raziocinio, impegnato com’era a decifrare l’espressione convulsa con cui l’uomo mi guardava, affranto, gli occhi lucidi. Una mano gracile sulla spalla, mi disse:

– “Se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà.”

Il cane divenne inquieto, il suo padrone lasciò cadere il guinzaglio e scoppiò a ridere, roco, e senza degnarmi oltre corse lontano, il cane quasi epilettico abbaiò alla nebbia e zampettò dolente nella direzione opposta, fuori dal mio sogno.

Rabbuiato mi accorsi che durante tutto questo, ed evidentemente in completo silenzio, il pullman era arrivato: scassato e maleodorante come al solito. Nella mia mente venne rivelato che era estremamente in ritardo, così quando salii mi rivolsi, inacidito, verso il conducente che mi guardò ed affermò, anticipandomi:

-“Quanto tempo ho perduto nel cercar di recuperare il tempo perduto!”

Io, alzato l’indice accusatore, rimasi interdetto e, a bocca aperta, lo riabbassai; per contro l’altro, sorridendomi scese per farsi quella che doveva essere un’agognata pausa caffè.

E’ curioso osservare come la natura assurda che stava assumendo la situazione non mi fece sospettare di nulla riguardo alla effettiva realtà di quegli accadimenti. Ero diretto da qualche parte, e non capivo del tutto le persone intorno a me.

Il rombo sferragliante del motore mi strappò dal mio meditabondo silenzio: a quanto pare il conducente aveva già fatto, o forse non aveva fatto nulla; appena le porte cigolarono al loro posto egli si volse verso di me e, sempre allegro,  urlò sopra  il tumulto:

“Ciò che la gente chiama tempo perso è spesso tempo guadagnato!“. Poi partimmo.

Il caos del motore veniva inghiottito dal cupo plumbeo mentre il pullman andava, quasi alla cieca; inaspettatamente seppi qual era la mia prima incombenza, uno dei motivi per cui ero uscito, e ripensandoci era un motivo piuttosto deludente: comprare del pane, del cibo.

Sapevo dove andare: premetti il pulsante della fermata e il campanello trillò limpido; scesi su una strada lastricata di vecchie mattonelle e attraversai la piazza del paese, zitta, sola: la grande vetrata del panettiere mostrava le vergogne del negozio: la luce, sodia, ingialliva e scaldava lo sguardo in quel grigio da cui provenivo, persone in fila e commesse gioviali; una volta entrato, in quell’atmosfera tiepida e profumata, mi sentii istintivamente meglio;  le persone invece sembravano immerse nei loro crucci che, a quanto pare,  erano tanto gravosi da  far volgere loro il capo al suolo, ciechi dimentichi. Io contemplavo le leccornie disposte nella vetrina non con una certa cupidigia e, indietreggiando per ammirare le numerose varietà di dolcetti, non mi accorsi che una corpulenta signora entrata poco dopo di me approfittò dell’espressione rapita con cui guardavano i vari dolciumi per passare avanti e occupare il posto che mi spettava. Quando io mi riebbi dall’estasi diabetica notai,  stupito, il gesto così inopportuno di quella che, a prima occhiata, m’era parsa una sfegatata osservatrice delle buone maniere e dell’educazione.  Mansueto come sono mi guardai bene dall’attaccare turilla, se la signora ci teneva così tanto ad avere il suo pane 2 minuti prima di me un motivo ci sarà, questo pensai.

La fila andava assottigliandosi; la bella commessa, insieme al pane, vendeva i suoi rinfrescanti sorrisi e per sapere cosa desiderava  l’avventore affermava:

-“Il desiderio è il tema della vita.”
E allora il cliente,  in quel caso un candido vecchietto che, non so come, sapevo avesse lavorato tutta una vita da operaio in linea, affermò:

-“Unico risultato dei costumi e dell’educazione è ciò che si chiama un’abitudine.”

Quella sembrò intendere perfettamente il senso di ciò che voleva dire il vecchio pensionato, così prese un po’ di questo, un po’ di quello, lo imbustò e lo restituì al signore che, venuto il momento di pagare, invece che mettere mano al portafoglio disse:

.“ Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare.”

Detto questo salutò cortesemente  e uscì, grigio, lontano;

Toccava alla prepotente signora adesso, se non volevo litigare  mi riservai almeno il piacere di squadrarla e giudicarla in silenzio: era una signora molto grossa e. dai vestiti eleganti e costosi che sfoggiava per comprare del pane, pensai che fosse benestante  e che le piacesse farlo sapere agli altri; ma, se i suoi soldi potevano comprare molto, non potevano farle riavere l’avvenenza  della gioventù. Sì, in quel momento seppi che da ragazza quel bestione deforme era stata una donna molto bella e che, in virtù di questo, visse con l’inconfessabile  convinzione di meritare i piaceri della vita più degli altri; e quindi di poter prendere ciò che più desiderava quando lo desiderava, con la stessa indolente arroganza con cui si era piazzata davanti a me alla prima occasione utile. Mi faceva un po’ pena; i capelli erano acconciati secondo l’ultima moda, credo, per quanto riguarda l’hairstylism più in voga fra le donne borghesi della provincia: a me pareva che un furetto biondo e maculato di rosa le fosse morto sulla testa. Non riporterò cosa disse alla commessa, che furono parole vuote; quando fu il mio turno la commessa non mi disse niente ma con malcelata sufficienza mi porse un sacchetto contenente un solo tozzo di pane.

Uscire fu tornare al freddo e all’umido; il pullman arrivò alla fermata e insieme a me salirono degli spifferi gelidi, uno di questi apparteneva al mio inconscio e mi sussurrò che dovevo assolutamente andare in posta a ritirare un pacco; Sono  sempre più stupito dai luoghi così banalmente comuni che visito in sogno, che per definizione è il luogo dove possiamo andare ovunque. Tuttavia in quel momento ero occupato a inorridire per un altro motivo:  l’autista alla guida del pullman era lo stesso che, secondo logica, doveva  essere ormai assai lontano dalla stessa fermata in cui mi aveva scaricato, neanche mezz’ora prima. In risposta alla mia mascella penzoloni quello disse:

  • “In un minuto c’è il tempo per decisioni e scelte che il minuto successivo rovescerà.“ e poi partì rombando nella nebbia.

Sceso dal pullman mi incamminavo verso l’ufficio delle poste con il mio sacchetto, con il tozzo di pane; una volta entrato in quell’edificio in cui, per quanto uno cerchi di evitarlo, siamo tutti costretti a metter piede notai che, sebbene l’ufficio fosse accessibile esso era completamente deserto, e buio. Tutti gli sportelli erano chiusi e silenziosi, tranne due: illuminati entrambi dall’interno, irradiavano due perfetti quadrati di luce sul pavimento di la dello sportello. Era una vista più che sinistra ma nonostante ciò mi incamminai verso lo sportello più vicino a me e mi affacciai: vidi la statua di una donna bellissima e terrificante, la pietra era stata trasformata con grande maestria per rendere la roccia nelle forme di quell’essere dal fascino altero e doloroso. Era seduta su un trono  da cui sembrava guardarsi intorno con sprezzante indolenza. Quello che non notai subito fu un essere, che per la prima impressione suscitatami mi vien da definire miserabile; magro come un chiodo e nudo era prostro prono dinanzi alla statua, in silenzio; solo il roco raglio del suo respiro turbava il silenzio. In quel momento feci caso al piedistallo della statua, vi era scolpito con lettere semplici e austere:

“Tell me what to do so I do nothing wrong .

Something I can hope for. Something real that I can seeSo nothing falls apart.”

Avrei potuto contemplare per ore la figura di quella donna ma dall’altro sportello incominciarono a provenire gemiti e rumori umidi, mi ci affacciai e così, gratuitamente, mi trovai davanti un uomo e una donna, i volti offuscati, impegnati nelle acrobazie dell’amore. Non indagai oltre e tornai sui miei passi, sarei uscito frettolosamente se proprio davanti all’uscio dell’ufficio non avessi trovato un pacco; etichettato a mio nome. Da dove provenisse e chi l’avesse portato lì non furono quesiti che in quel momento mi turbarono; ero invece estremamente curioso di sapere cosa c’era nel pacco e contemporaneamente sapevo di non dover aprirlo, per nessun motivo.

Cominciavo ad essere stanco degli enigmi che il mio cervello mi sottoponeva, desideravo tornare a casa; ma salendo sul pullman, in cui c’era ancora lo stesso autista e a cui stavolta non rivolsi parola, passando avanti, fui travolto dalla consapevolezza di dover assolutamente recarmi a lezione e così, con un sbuffo e un sospiro mi rassegnai al viaggio.

Giunto all’università scoprì anch’essa deserta, se non per la mia aula, stipata di studenti i cui volti, per un motivo o per un altro, non sono sopravvissuti nella mia memoria. Il professore arrivò con un abbondante ritardo; entrando non salutò l’aula brulicante, silente; prese un singolo gesso d’un candore quasi fastidioso e scrisse sulla lavagna: “ULTIMA LEZIONE DEL CORSO”

Non saprei dire che corso fosse, dopo aver scritto tutto ciò il professore incrociò le braccia e rimase immobile, fissando un punto verso gli studenti. Per quanto mi  riguarda ero molto stranito, i miei colleghi invece prendevano appunti come dei forsennati e stavano con il capo chino a trascrivere chissà cosa, con una gran foga. Tutto questo andò avanti per un quarto d’ora e sarebbe durato anche di più se non avessi deciso di levare le tende e tornarmene a casa.

Percorrevo i corridoi deserti, lunghi, quando un vecchietto sorridente mi chiamò dentro un’altra aula: aveva occhi d’un azzurro vivace, illuminato da una grande e infantile intelligenza. Quel vecchietto non mi faceva paura, e così lo seguii incuriosito nella piccola aula, vuota, buia, se non per le lampade che gettavano raggi su intricate formule matematiche, scritte con minuziosa grafia dal vecchietto; si avvicinò alla lavagna centrale, con la manica della giacca cancellò e spezzò l’armonia di una formula proprio nel mezzo,  per ricavarne uno piccolo rettangolo in cui scrisse, sotto il mio sguardo:

  • “Se non son belli i numeri, nient’altro lo è.”

Detto questo un grande sorriso emerse sul suo volto; emanava una gioia stupida e immatura, contagiosa, tanto che gli strinsi la mano ridendo di cuore e lui, quando venne il momento di separarci, mi mise in mano la sua penna, per regalarmela: una normale biro a sfera.

L’incontro con il vecchietto mi aveva messo di buon umore, così una volta che tornai sul pullman, che era guidato sempre dal solito, enigmatico autista, mi misi a cantare, con il finestrino aperto, l’aria che mischiava le parole e le lanciava per strada.

Ad un certo punto l’autista fermò l’autobus; lo spense e girandosi gridò:

-“ Ho sciupato il tempo, e ora il tempo sciupa me.”

Sorrise.

E poi stramazzò, stecchito.

Mi precipitai da lui spaventato, non potevo fare più nulla per lui, era morto con quel sorriso stampato sulle labbra e soprattutto, pensai egoista, non avevo idea di dove mi avesse abbandonato. Scesi dal pullman e constatai di trovarmi nella piazza di una grande città, molto elegante, le facciate degli edifici e dei porticati sotto di esse erano pulite allo stremo; la piazza si affacciava su un ponte, che, passando sopra un grande fiume scosso dal tumulto, la collegava con l’ignoto della nebbia.

Camminai fin sotto il portico più vicino, le urla del fiume in lontananza, senza un vero motivo e vi trovai un negozio di elettrodomestici, la cui vetrina era un’esplosione di colori e suoni: i migliori ammennicoli elettronici erano esposti, compreso un gigantesco e sottilissimo televisore, davanti a tale magnificenza un uomo, solo, alitava sulla vetrina e rapito, sordo al resto, guardava le immagini trasmesse dalla tv.

Mi avvicinai per chiedergli informazioni, quando alzai la mano per toccargli delicatamente la spalla e richiamare così la sua attenzione lui si girò di scatto e mi afferrò il polso, il volto una maschera di muscoli contratti, occhi fuori dall’orbite, disse:

-“La tv ha ancora molto da insegnare al genere umano.”

In quel momento tutti gli apparecchi del negozio si spensero, come a un calo di tensione; l’uomo allora strabuzzò gli occhi, si portò le mani ben curate al volto abbronzato e vi piantò le unghie in profondità, urlando, senza senno; La Tv, spegnendosi, rifletteva il viso dell’uomo: una maschera di sangue; indietreggiai spaventato mentre l’individuo correva via.

Adesso che la plastica taceva mi accorsi di una cosa: il cupo rombare del fiume giungeva ora attenuato alle mie orecchie, e limpido si sentiva il suono di mille e mille voci che sussurravano, inintelligibili, provenire anch’esso dal letto del fiume, cui si accedeva attraverso una ripida discesa, estremamente  fredda  umida. Mi stavo dirigendo verso la discesa quando, passando davanti a un vicolo adibito, apparentemente, a mondezzaio sentì una voce chiamarmi: mi trovai davanti l’ennesima scena grottesca, in mezzo alle cartacce, al ciarpame, ai sacchi maleodoranti troneggiava un divano che stonava straordinariamente con tutto il resto: era evidentemente un pezzo da collezione, sembrava uscito dal salotto della residenza di una facoltosa famiglia di commercianti dell’800; e sopra di esso stava seduto l’uomo che mi chiamava: la prima impressione  quella di un uomo che, non recentemente di certo, è stato molto coccolato, qualcuno abituato alle agiatezze e al lusso insomma, e anche questo stonava non poco con il tugurio in cui si trovava; nonostante questo egli si rivolse a me con autorità; non avevo seguito il richiamo di un senzatetto fino alla sua tana pidocchiosa: ero stato convocato e mi ero presentato al cospetto di un re. Reggeva in mano un bicchiere pieno di quella che mi sembrava crema di whiskey, i capelli una volta dovevano essere d’un biondo lucente, ora fiaccamente gialli, gli ricadevano sulle spalle, disse:

-“ Perché continui ad andare avanti? Il pullman s’è fermato. Non capisci che niente di tutto questo è vero? Per quale motivo continui a raccontare di questi miserabili? Per il piacere che i personaggi risultino  somiglianti? Ma di vita in tutto questo non ce n’è. Non c’è né comprensione, né interesse per la vita,  né quella che chiamano  umanità. C’è solo amor proprio, codesto modo di rappresentare ladri e peccatrici non è diverso dall’agguantarli per strada e gettarli in una prigione. In questa storia non ci sono le lacrime invisibili: c’è solo un riso grossolano ed esagerato. La cattiveria.”

Parlò con foga e tremando, nelle battute finali il bicchiere di whiskey cadde per terra , infranto; il debole e lento movimento che l’uomo fece per accarezzare teneramente i cocci  rivelò che era molto debole; aveva fame. Non capii niente del suo sproloquio; in quel momento per me era tutto vero quello che c’era intorno; presi la borsa che conteneva il pacco postale e il sacco di pane e offrii quest’ultimo all’uomo che non mi ringraziò; mi girai per tornare in strada e lui, mentre spezzava un pezzo di pane, aggiunse, rivolto più a sé stesso che a me:
“L’ingratitudine è la virtù delle anime fiere.”

Tornato nella piazza imboccai finalmente la discesa che mi avrebbe portato alla fonte di quei mormorii innaturali e penetranti;  mi si presentò alla vista qualcosa di incredibile: a partire dalla fine della discesa, lungo  il fiume che si snodava lontano nel panorama, a perdita d’occhio e lungo le sue sponde, in cui avevano costruito degli approdi molto spaziosi, si presentava la più incredibile massa di persone che io abbia mai visto: affiancava il fiume e ne seguiva il percorso,  un brulicante codone umano, sussurrante.

Arrivato  in fondo alla discesa il loro bisbligliarsi addosso era diventato assordante;  potevo osservare quelle persone con attenzione: erano estremamente magre tanto che i vestiti la maggior parte delle volte ricadevano flosci sui loro corpi,  erano deboli in modo odioso. Non faceva freddo: tremavano. Quando volsi lo sguardo al loro volto lanciai un grido: sui loro occhi erano stati cuciti dei pezzi di cuoio nero, lo spesso spago che aveva penetrato le carni intorno alle orbite nella maggior parte dei casi aveva fatto infezione deturpando orrendamente i loro lineamenti; tremanti tentavano in tutti i modi, spingendosi l’uno con l’altro, di allontanarsi dall’acqua; tutti quanti si stringevano al petto un pacco come quello che avevo io nel sacchetto. Apparentemente  il solo modo che avevano per stare un po’ tranquilli era quello di stringersi insieme e ascoltarsi sussurrare  a vicenda; il suono delle loro voci li rendeva docili e remissivi e sembrava sopire per un po’ il terrore nero che avevano di quell’acqua torbida e gorgogliante, assai profonda. Talvolta uno di loro scoppiava in lacrime; o meglio, tentava di farlo, provocandosi grandi dolori e portandosi le mani al viso sfigurato, disperato; il rispettivo pacco rovinava in terra e il poverino iniziava a contorcersi, urlando.

Camminai lungo quella sfilata di miserie,  avevo un tale peso in fondo allo stomaco che se per caso fossi finito in quell’acquaccia sporca sarei precipitato immediatamente verso il fondo; due di questi disgraziati attirarono la mia attenzione; si erano allontanati dalla massa entrambi, si erano affacciati sul ciglio estremo di quella specie di banchina; molto vicini, ma non a contatto; uno era un uomo con un elegante vestito ormai sporco, la cravatta e i suoi , ora radi, capelli indicavano che era solito aver molta cura della sua persona; l’altra era una donna molto brutta, trasandata; i lineamenti perennemente rattristati da un’espressione da perdente.

Non avevano più i paraocchi cuciti  direttamente nel viso; a costo di indicibili dolori dovevano esserli strappati e con gli occhi umidi e doloranti contemplavano ora quel tiepido sole nebbioso, che comunque pareva rallegrarli, e ora quel cieco fiume schiumante di rabbia; mentre mi avvicinavo notai, dietro di loro, due pacchi divelti e abbandonati.
Calde lacrime sgorgavano dal loro viso e seguendo il profilo orribile della loro pelle squarciata cadevano nell’abisso, il respiro rotto; un tributo silente in quel mare angoscioso; finalmente abbassai anche io lo sguardo e guardai intensamente quel turbo d’acque maligne: ipnotico il vortice catturò la mia attenzione.   lo vidi diventare più grande mentre vi cadevo dentro; un grido paralizzato in gola dal terrore.

Quando finii in quel mare di spilli gelidi nella mia pelle deflagrò  brutalmente il dolore; finalmente urlai, forte; e mi alzai di scatto.

Ero in camera mia; sveglio.

Solo.