alarm-clock-590383_640Era fatta.

Tutti i plotoni dell’esercito marciavano ai miei piedi, diretti verso il luogo dove giaceva la carcassa del mio nemico; lungo la sporgenza pietrosa dalla quale mi ero sporto potevo scorgere quel serpente marziale e sferragliante che incedeva ritmicamente: si perdeva nel fumo della capitale.

Gran parte della città era andata a fuoco durante lo scontro che mi aveva visto uscire vincitore, il possente Drago era finalmente morto, i popoli liberi potevano infine reclamare le loro case, le loro terre, le loro gioie, senza il timore di vedersi strappare i loro averi da quell’empio demone ed ora il crepitio della folla in festa mi giungeva lontano, dalle piazze. La loro riconoscenza sarebbe stata di per sé una lauta ricompensa per il mio animo nobile ed eroico tuttavia la felicità che mi scaldava il cuore non era dovuta ai loro applausi, alle loro voci che urlavano il mio nome. No.

Ero felice perché con il Regno avevo salvato anche Lei, la regina del mio cuore, la mia fanciulla adorata: con la morte del Drago l’incantesimo si era spezzato e Lei si stava destando da quel artificioso e irrequieto sonno che quell’immonda fiera aveva gettato su di lei per rapirla e ricattarmi, tanto che mi affrettai verso il suo esile e mai abbastanza lodato corpo, che avevo delicatamente appoggiato al suolo.

Quando rinvenne i suoi dolci lineamenti vennero sfocati dal disorientamento ma quando i suoi grandi occhi incontrarono il mio sguardo si accesero, e con loro tutto il suo viso, e il suo sorriso gratificò le mie ferite, le mie fatiche e qualsivoglia tribolazione che dovetti affrontare per arrivare fino a quella rupe, inginocchiato in quella sporca terra, stringendo fra le mie mani le sue. In certe situazioni le parole sembrano male adornare l’idillio che si consuma senza che sia loro stato chiesto d’intervenire, e cosi aiutai la signora dei miei pensieri a muovere i primi incerti passi in silenzio, e una volta che ebbi appurato la sua incolumità la invitai a seguirmi sulla sporgenza.

Le offrii quel paesaggio di maree umane in festa, quella folla che emanava letizia e giubilo con una tale intensità da scaldare i nostri corpi infreddoliti e nell’ebbrezza della gioia sentì la folla urlare il mio nome, seguito dall’appellativo “re”, e solo quando la mia principessa mi afferrò una mano, continuando a sorridermi radiosa, capii che ero stato eletto Reggente del Regno a furor di popolo.

Prima che il capogiro mi facesse perdere i sensi mi inginocchiai ai piedi della mia dama e chiesi lei se avrebbe acconsentito a dividere con me l’onore e l’onere del trono, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte: mentre ancora finivo di recitare la mia preghiera affannata lei aveva già il mio viso fra le mani e baciandomi teneramente la fronte, ridendo, mi disse che tale richiesta era stata un vero spreco di fiato e che non avrei mai avuto bisogno di formularla.

Ciò che accadde dopo avvenne troppo in fretta, di fronte al mio sguardo, i miei nuovi sudditi, gioiosi, si adoperarono per improvvisare un altare su cui celebrare l’unione con la mia Dea e contemporaneamente il mio Regno, in men che non si dica pronunciai quei fatidici Sì che mi resero Signore, della mia Dama e del mio Regno.

Ciò che mi ricordo bene fu l’avvicinarsi della prima notte con la mia dama, la nostra passeggiata fino alla nostra camera, e di come lei volle entrare per prima, dandomi un buffetto sul naso e sussurrando: “Non sai che entrano prima le signore?” con quel suo sorriso sbarazzino, sorriso per cui avevo sfidato il signore delle Tenebre.

Ricordo il dolce affanno mentre chiudevo la porta che dava accesso alla nostra alcova calda e fiocamente illuminata. Ciò che ricordo è lei, bellissima, con i capelli che attorniavano un viso colmo di armonie e con una timida spruzzata di lentiggini: un viso su cui il vedo non poteva conoscere fastidio posandovisi, e che vi si levava solo per accarezzare le sue curve suadenti, il suo ventre piatto che in quel momento era agitato com’ero agitato io; entrambi eravamo tesi;  la guardai dritto negli occhi e ogni paura svanì; scoppiai in una risata e anche la mia regina lo fece,  mi arrampicai sul letto con le viscere che mi si contorcevano quasi dolorosamente: e noi due ridevamo, di gioia, di amore, di passione, con decisa dolcezza incominciai a cercare quel suo ventre candido e bollente, in mezzo alle lenzuola, i cui lembi parevano infiniti.. innumerevoli per la mia smania.. erano proprio troppi.. e poi la risata della mia regina era diventata stranamente ripetitiva e monotona, e quelle lenzuola proprio non volevano smettere di attorcigliarsi intorno alla mia bella, che continuava a ridere di quel riso innaturale, fastidioso e ripetitivo..

Alzai la testa assonnato e guardai la mia bella: il cuscino, e zittii la sua risata: la sveglia, posticipandola di 20 minuti. Erano le cinque e mezza del mattino.

Dovevo andare all’università, una super lezione di analisi mi aspettava, e non che non volessi andarci, ma il caldo abbraccio delle coperte era troppo stretto per lanciare le mie gambe nel freddo siderale al di fuori di esse, senza stare almeno 5 minuti a rimuginare; ero un po’ affranto perché si era interrotto tutto sul più bello, tuttavia volsi quasi immediatamente i miei pensieri all’imminente lezione di matematica; l’impatto con la didattica universitaria stava ancora finendo di tramortirmi e avevo, allegoricamente, il fiato corto al pensiero delle numerose incombenze cui dovevo pensare ora che avevo intrapreso il sentiero dello studio autonomo e autodisciplinato. Ma come sempre da quando avevo cominciato a rimuginare questo genere di pensieri una scintilla di orgoglio mi infuocò e mi ripromisi che l’età di essere maturi era arrivata e che, su tutto, due cose mi avrebbe distinto dal ragazzo che ero fino a un paio di mesi prima: la costanza e la rigidità. Il mio carattere strambo e un po’ chiuso non mi aveva aiutato di certo a trovare subito un regolare gruppo di studio. Certo; sicuro, forse non avevo tenuto conto del cambio di ambiente, del trauma che provoca trovarsi sempre in mezzo a un caos di persone provenienti da ogni parte del mondo, dalla babele, dalla cacofonia degli idiomi, di usanze che si riscontrano in un posto come l’università, senza aver ancora tirato in ballo la difficoltà stessa degli insegnamenti dell’università! Ma tutte quelle deviazioni dal percorso ideale altro non erano che occasioni, sfide in cui cimentarmi ed uscirne vittorioso, in un o modo o nell’altro, perché questa è l’andamento che mi ero imposto di avere, una retta crescente, crescente all’infinito! D’altronde, ero o non ero..

“.. il Reggente di questo Regno!” tirai un pugno al bracciolo del Trono.

Il gracile contasoldi, segretario del Tesoro del Regno sobbalzò e continuò mellifluo:

“Maestà, non volevo assolutamente mettere in dubbio la sua Autorità, tuttavia lei sa che il nostro Grande Regno ha bisogno del vile danaro, è come un’enorme bestia che va nutrita e, al contempo coccolata.”

Eravamo nella maestosa sala del Trono.

“Ne ho abbastanza delle tue metafore, sparisci dalla mia vista, se mi farai alzare ancora le tasse mi troverò un esercito di forconi a reclamare la mia testa!” urlai, “non ho affrontato esseri immondi per diventare un mostro odiato da tutti a mia volta, torna a contare oro, avida canaglia!”

Gli occhi del Segretario erano due fessure, borbottò qualcosa sotto voce uscendo, l’avevo chiaramente offeso; decisi di ignorarlo, ero spossato.

Era stato facile farsi carico del regno, quel radioso giorno di qualche mese fa, o meglio, era stato facile perché il mio cervello aveva appena rilasciato una dose di adrenalina pari a:”Ho appena fatto fuori un drago!”, a sangue un po’ più  freddo, avevo concluso, la decisione era stata un po’ avventata.

Ero immerso in questi foschi pensieri quando la mia regina fece capolino dalle tende che introducevano agli appartamenti reali, vestita di seta, leggera, galleggiava verso di me ignara della gravità; quanto l’amavo.

Ero pronto ad accoglierla nelle mie braccia ma quando lei giunse a un soffio dal mio viso; mi guardò con freddezza, e non si concesse, un po’ sprezzante sputò fuori:

“Non sono ancora arrivati gli arazzi che ti avevo chiesto, è in questo modo che dimostri il tuo affetto per la tua regina?” la sua voce era affranta, “io faccio di tutto per assisterti nel tuo regno, ed è così che mi ripaghi, mostro dal cuore di pietra!”

Avevo le mani nei capelli:

“Mia regina, ti prego non dire così, se non vuoi che il mio povero cuore si spezzi in due e cada attraverso di me fino negli Inferi, vieni con me ti prego, accompagnami nelle nostre stanze.”

Mentre lei incedeva al mio fianco, rifiutando il braccio che le porgevo mi lanciava occhiatacce piene di risentimento, prima di varcare l’ingresso mi saltò davanti mugolando: “Prima le signore, screanzato!”

Una volta dentro le feci vedere quella invidiabile raccolta di meraviglie che avevo collezionato solo per omaggiare la mia regina, i diamanti, gli smeraldi, i tappeti: capolavori creati dai migliori orefici, artigiani, pescati dagli angoli più remoti del regno.

Lei sembrò sorda a quell’elenco di meraviglie ma io continuai:

“E ora tu mi accusi di trascurarti, perché ancora non sono arrivati quegli arazzi? Lo sai che devono attraversare il Grande Deserto! Lo sai che pericoloso viaggio sia, ho messo a repentaglio la vita dei miei servitori per soddisfare il tuo capriccio! E tu mi lanci queste accuse?”

La mia arringa aveva suscitato un flebile ripensamento nello sguardo della mia Dama, niente di paragonabile al rimorso, mentre il contasoldi irrompeva nelle camere reali:

“Ma insomma, quanto è caduto in basso questo regno, se non ci si annuncia neanche più prima di presentarsi al cospetto del Re!?” urlai io stizzito.

“Mio signore è un emergenza” farfugliò l’esile burocrate, era evidente che aveva corso a rotta di collo, reggeva una sacchetto di monete che tintinnava sonoramente, “è appena giunto un messaggero dalle Grandi Miniere del Nord: le corporazioni sono in rivolta, paventano di non versarci più le tasse, e hanno smesso di estrarre già da 3 giorni, tanto è il tempo che ha impiegato il messaggero ad arrivare a Palazzo.”

La mia dama sbuffò quando vide che non era più il centro del mio universo e galleggiò fuori dalla stanza ringhiando cattiverie assassine indirizzate a me.

“Ma è una catastrofe, e che giunge con malaugurato tempismo per giunta, come faremo? Gli introiti delle miniere erano l’unica cosa che mi permetteva di dormire la notte!” mi disperavo io. Mi girava la testa, “Vuoi stare fermo con quelle dannate monete?”

Si perché il burocrate continuava a far ballare la monete nel sacchetto, dovevano essere di qualche lega singolare perché tintinnavano in maniera molto penetrante e ripetitiva da quando quel esserino insignificante aveva messo piede nella stanza…

“IL PULLMAN!”; il mio mezzobusto si sollevò di scatto dalle coperte, cercai il telefono fra le lenzuola e quando lo trovai ferii le mie retine per vedere che ora fosse: sei meno dieci, avevo ancora tempo.

Passato il panico ri-posticipai la sveglia e, sprezzante del pericolo di tardare, decisi di riconcedermi ancora un po’ di riflessioni sulla vita e su tutto l’universo, passando per il menù della colazione.

“Alcune ragazze sono proprio delle ingrate.” pensavo, riferendomi alla “principessa”, nonostante sapessi bene che era frutto del mio inconscio, e mi concessi un po’ di tempo per meditare sul fatto che tra la prima notte di nozze e il regno che va a rotoli io, come sognatore, ancora non avevo avuto il piacere di spupazzare la viziata fanciulla, che comunque mi ero immaginato proprio bene.

Dalle persiane giungeva il cinguettio del giorno nuovo, e nuovo il suo odore, e fresco; carico di aspettative, la trama intonsa su cui il Sole, con i suoi raggi, avrebbe acceso la fiamma primigenia delle occasioni irripetibili offerte quotidianamente a noi mortali. Di quell’aria mi riempii i polmoni pregustando la tazzona di latte e cacao con biscotti che mi stavo per preparare, la mia colazione preferita, fin da bambino.

Un chiaro ricordo della mia fanciullezza sono le colazioni a casa della nonna che, dopo avermi servito una generosa tazzona di latte e cacao bollente, e dopo avervi allegato una busta di biscotti più grande di me, era solita bagnare i biscotti in una tazza di vino caldo, si avete capito proprio bene…

“VINO!” urlai, sollevando il mio calice, a tutta la tavolata, che rispose con grida belluine e ubriache.

Un anno, un anno era passato da quando avevo piantato la mia spada nel freddo cuore di quella orrenda bestia. Un anno da quando, mio malgrado, mi ero preso la responsabilità di prendere decisioni che si ripercuotevano su migliaia di persone. Decisioni che, se furono molto popolari all’inizio, come quando dimezzai le tasse, durante la mia prima settimana di reggenza, divennero ciniche nell’ultimo periodo: per soffocare la rivolta delle Miniere del Nord era stato versato molto sangue di sudditi onesti, che chiedevano solo condizioni di lavoro più umane.

Di conseguenza la mia figura da eroe salvatore del regno era presto stata soppiantata da quella del tiranno assassino; dal canto mio, ero sbalordito dal carico di odio che i miei sudditi erano in grado di dimostrarmi.

Non era questa la gloria che avevo cercato inseguendo quel lucertolone, io non ero tagliato per quel mestiere di intrighi di corte, conti economici, lungimiranza, io ero un uomo d’azione, che diamine.

Ma nonostante tutto un anno era passato, seppur pieno di difficoltà, e ora, con quei pochi che ancora mi consideravano un eroe, condividevo quell’abbondante cena, e, a dirla tutta, eravamo tutti brilli devo ammetterlo, persino il segretario del tesoro si era tolto quel ridicolo copricapo e si univa a brindisi con la sua vocetta querula.

Mentre ridevamo forte ai racconti delle imprese che avevo affrontato prima di vincere il drago sentii una presenza dietro il mio scranno, poi una carezza sulla fronte mi fece rabbrividire mio malgrado:

“Ciao Maestà” mi sussurrò una voce suadente all’orecchio.

Era la mia Dama, quella sera era stata dolcissima con me, ed io mi beavo di tutti i suoi riguardi, l’ultimo battibecco risaliva alla sera prima, lei si era stizzita quando io non le cedetti il passo, per entrare nella sala del Trono: “Prima le signore, insomma!”, ma ora mi guardava con gli occhi caldi, lucidi.

“Mia regina” sorrisi io con la voce arrochita dalle urla e dal vino.

“Si dà il caso che stessi vagando nelle cantine private del re e che abbia trovato questa bottiglia impolverata e due calici incastonati di diamanti”, mi sorrideva come un diavoletto che sa di scamparla in ogni caso.

Io afferrai la bottiglia e la stappai dicendo: “Un reato meritevole della forca, mia dama..” le sorrisi “..tuttavia dato che ormai l’hai portato fino al tavolo!”

Il resto della tavolata era immerso in una chiassosa festa e nessuno badava a noi.

Versai nei due bellissimi bicchieri, ne porsi uno alla dama, la signora dei miei desideri, colei a cui avevo dedicato fatiche, sangue e anima.

“Lunga vita al Re” sussurrò Lei.

“Lunga vita a noi!” feci io di rimando, e bevvi.

Lei calò su di me, piena del suo profumo, il profumo della sua pelle, che da solo era in grado di provocare in me il sudore, il calore incontrollato, le palpitazioni, le convulsioni, la vista annebbiata.. no, non esageriamo, qualcosa non andava, mentre lei allontanava il viso dal mio io capii che ero stato avvelenato, tentai di chiamare a me il Segretario del Tesoro, ma vidi che anch’egli mi squadrava, dall’altro capo del tavolo, e che si scambiava sguardi di intesa con Lei, la donna che amavo, la donna che mi aveva appena assassinato.

Con le labbra coperte di schiuma ebbi appena il fiato per sussurrarle: “Perché?”

E lei rise, rise sguaiatamente, rise fastidiosamente e in modo ripetitivo..

“AAAAAAH! Il pullmaaan cazzoo!”

Questa volta ero in ritardo sul serio, mi buttai nel gelo al di fuori del letto e mi esibii nel classico lavati-vestiti-mangiati in 5 minuti, naturalmente la tazzona di latte e cacao venne sostituita da un sorso di caffè della sera prima scaldato male al micro-onde;

Mentre mi gettavo nel freddo novembrino e camminavo speditamente verso la fermata del pullman ebbi tempo di rimuginare su quanto fosse stata malata e perversa la conclusione di quel sogno e, per mettermi  in pace la coscienza, imputai la brutalità e la violenza dell’incubo alla vita sregolata che avevo condotto quel week end, tanto sregolata da avermi fatto saltare qualche nervo, evidentemente. Tuttavia un paio giorni senza strafare sarebbero bastati a fare in modo di non aver più a che fare con quel genere di sciocchezze.

Mi ero in buona parte rincuorato, una volta arrivato alla fermata del pullman, e, per di più, io e il pullman avevamo ritardato in misura praticamente identica, perciò arrivò quasi subito, con mia grande sorpresa.

Il pullman sferragliò con i fari accesi e la porta si fermò proprio di fronte a me, quella sì spalanco cigolando e stridendo, ero praticamente entrato nel pullman quando una mano mi si posò sulla spalla, mi girai e mi trovai davanti una donna meravigliosa, bellissima, una bellezza che mi rapì immediatamente il cuore, era lei, la mia regina, pareva essersi appena materializzata alle mie spalle, perché io non l’avevo notata prima; mi guardava irritata:

“MA, insomma, prima le signore, che diamine!”

Scappai a casa urlando.