Della mia distribuzione non omogenea di personalità, o della timidezza

imagesA fidarsi del professore e del tono ottimista con cui aveva annunciato, orgogliosamente, all’inizio del video, che il teorema in arrivo avrebbe semplificato incredibilmente le “reti di bipoli resistivi” non sarei dovuto incappare in problemi di sorta a trasformare lo schema disegnato sulla lavagna alle sue spalle in una sfilza di equazioni , ma avevo la testa da un’altra parte e quella grammatica dell’elettrotecnica, fatta di circuiti equivalenti e nodi e rami al momento era timida,non voleva farsi leggere da me; guardai in tralice l’orologio: contavo i minuti che mancavano alla fine del video. Il tempo era di glassa.
Finalmente arrivò la fine della lezione e con essa il principio del tramonto e potei cominciare a ritirare le mie cose per liberare il banco dell’aula studio e compiere così la mia missione; riordinando gli appunti ripassai mentalmente il piano che ormai da giorni studiavo e perfezionavo in ogni dettaglio: nulla era stato lasciato al caso; il testo di ogni singolo messaggio che le avevo inviato era passato sotto il torchio impietoso delle tecniche di comunicazione e delle massime conversazionali di Grice: sì, mi ero appellato alla “scienza” per attaccare bottone con lei – meglio non rischiare- avevo pensato; e così giù di stesura e revisione dei testi, editing; ogni virgola, ogni pausa e ogni termine di quei messaggi era stato accuratamente pesato sulla bilancia dell’eloquenza con il preciso intento di non scoprirmi eccessivamente interessato e al tempo stesso lasciare un alone di ambiguità in cui poter agire indisturbato.
Presi la cartellina contenente gli appunti che di certo le avrebbero fatto comodo, misi il resto nello zaino e mi avviai verso l’aula in cui la sapevo a seguire una lezione di qualche cosa che non ricordo; con la cartellina sottobraccio mi inserii nel flow cacofonico di idiomi dei corridoi dell’università e, dribblando gruppetti di etnie variabili dal medio oriente al sol levante, giunsi davanti al corridoio che mi interessava: quando, di lì a poco, sarebbe finita la lezione, io mi sarei trovato “casualmente” da quelle parti per incontrarla (casualmente!) e darle quegli appunti che, e questo lo avevo scoperto grazie al mio scriverle fintamente disinteressato, le avrebbero diminuito di parecchio la mole di cose da studiare per un esame che io avevo già superato e lei no, e poi chissà: una chiacchierata, un caffè, una notte di sesso sfrenato.. e tutto grazie ai fogli contenuti in quella cartellina, redatti di mio pugno tentando di far risaltare chiarezza di esposizione e ordine mentale.
Per un mio eccesso di zelo nei confronti della missione ero arrivato con largo anticipo e così mi sedetti sul davanzale di una grande finestra che sagomava i raggi del sole morente in parallelepipedi distorti sul pavimento polveroso; guardando il pulviscolo vagheggiare per aria ripassai ancora un volta le cose che lei mi aveva raccontato di sé, per separarle accuratamente da quelle che io avevo indovinato di lei e poter così intavolare conversazioni che non facessero trapelare l’idea che io avessi speso del tempo a “indovinare” tratti della sua personalità e così rivelarmi meno disinteressato del dovuto; ma forse fu complice il termosifone enorme incastrato sotto il davanzale su cui sedevo: trasmetteva un piacevole tepore alle mie membra o forse furono galeotte, semplicemente, le misere quattro ore di sonno che avevo sul groppone massacrate da ben più numerose ore di lezione, sta di fatto che una forte sonnolenza mi avvolse e, senza quasi accorgermene, con una scossa elettrica il mio sistema nervoso cedette e caddi in un sonno piombigno, accoccolato contro la finestra.
Mi ritrovai in piedi, in un luogo che, ancora prima di aprire gli occhi e di accordare il cervello ai restanti organi di senso, sapevo familiare; mi trovavo, infatti, nel salotto di casa mia; era, più di altro, la mia idea del mio salotto e mi saltò immediatamente all’occhio il modo in cui era illuminato: sebbene vi fosse il vecchio lampadario polveroso al solito posto, la luce diffusa dalle sue lampadine si proiettava in maniera assai innaturale intorno ad esso; gettando ombre sconosciute su quel tavolo circolare che tanto bene conosco e sui restanti mobili; mi guardai intorno e vidi la soglia del corridoio che portava al resto della casa e il mio stupore crebbe ulteriormente: appena oltre la soglia quella luce così abbondante, che sembrava emanata dai muri stessi, veniva inghiottita in una tenebra assoluta e silente; come spesso capita a chi vaga nel Sogno accettai quei bizzarri fenomeni senza interrogarmi in modo logico sulla loro origine; mi avvicinai al tavolo e sedendomi su una delle vecchie sedie che lo circondavano scoprii un bicchierone di latte e un piatto pieno di enormi biscotti con gocce di cioccolato annesse appoggiati al centro del tavolo che, inizialmente (ne ero sicuro), mi era parso sgombro; scoprendomi affamato ne afferrai uno e lo inzuppai generosamente nel latte e lo addentai; stranamente calmo.
Ero chino sulla tazza, all’attacco del secondo biscotto quando una voce dall’angolo più remoto del salotto parlò, di fronte a me, facendomi sussultare e alzare la testa sbalordito: a quanto pare in quel mio salotto le cose e le persone si materializzavano a loro piacimento, e vissi l’oltremodo bizzarra esperienza di vedermi seduto su una severa sedia a dondolo, sempre in quell’angolo, e di sentirmi apostrofato dalla mia stessa voce; era un mio doppione, su questo non c’erano dubbi: ma se era praticamente la copia della mia struttura fisica c’erano delle differenze più fini e che ad una seconda analisi non mi sfuggirono, innanzitutto era vestito a modo; cosa più che stravagante da parte mia: indossava dei pantaloni neri i cui orli terminavano su scarpe altrettanto nere, lucide ed eleganti, – troppo pulite per essere veramente mie – pensai, e sotto la giacca scura indossava un maglioncino, sopra ad una camicia; il volto era il mio, si, ma differente, rughe precoci erano apparse agli angoli di occhi che, a giudicare dal tomo aperto che teneva sulle ginocchia, troppo tempo si erano stretti per leggere caratteri minuziosi; e la fronte, più della mia, era perennemente aggrottata e generalmente su quel mio viso si leggeva un’alterigia eccessiva; austero mi disse:
– Vorrei sapere da lei con quale inutile pretesto ha giustificato l’incosciente ardire di venire a disturbare la mia lettura; non vede forse che sono occupato?
Io strabuzzai gli occhi stupito, mi grattai il naso e feci per bofonchiare una risposta ma quello continuò:
– Non dire niente, tanto non mi importa nulla; ormai la mia concentrazione è spezzata, e tutto perché sei un impertinente ficcanaso!
Si fece tutto rosso e iroso.
-Ma dico io! Non potevi continuare a barcamenarti con i tuoi mezzucci atti a permetterti di fare conoscenza con quella là invece che piombare qua a fare rumore e disordine! Mollusco che non sei altro! Farà bene quella a snobbarti, se non sei neanche abbastanza uomo da…
Ma d’improvviso venne interrotto da un’altra voce proveniente dalla sua destra, e quindi dalla mia sinistra, e di nuovo mi toccò strabiliarmi perché, evidentemente, mentre quel me stesso serio ed elegante mi lanciava improperi in linguaggio forbito, nell’angolo adiacente s’era materializzato un’altra copia di me stesso, che appunto lo interruppe:
– Ma falla finita Inno alla Gioia! Parli tanto di quiete ma sei l’unico che sbraita e sputacchia come una nonnetta in preda all’orgasmo dopo aver visto piangere la madonna! Stavo dormendo! E che cazzo!
Quel “me”, quello che aveva parlato cosi rudemente, era anch’egli simile nel corpo ma pieno di sottili differenze: era infatti vestito molto diversamente da Inno alla Gioia (si, quel soprannome gli si addiceva): era comodamente e scompostamente allungato su una poltrona dall’aria immensamente più comoda della parca sedia a dondolo dell’altro; indossava un malconcio giubbotto di pelle scricchiolante e dei jeans strappati, e una t-shirt di qualche gruppo metal, che di sicuro aveva almeno bisogno di essere stirata; in viso era molto più snello di me e di Inno alla Gioia, e in mezzo ai due occhi obliqui fiorivano due gioielli di metallo luccicanti; ma ciò che di più mi colpì fu il modo in cui mi trasmise l’impressione di essere estremamente arguto e impermeabile alle critiche e, in qualche modo, “conscio” di possedere una sorta di acume superiore a molti. Tanto che non batté ciglio quando Inno alla Gioia si riprese dal trauma di aver sentito qualcuno parlare in modo tanto sboccato;
– TU!
Disse Inno alla Gioia puntando un dito contro la sua nemesi; era livido:
– Come osi rivolgerti a me con quel tono! Io ti sventro! Non ti permetterò ancora di interrompermi mentre parlo! Tu e il tuo abbigliamento mi siete invisi fin dall’alba dei tempi e non posso tollerare oltre di dover condividere con voi la mia esistenza! Sono SATURO della tua arroganza e mancanza di rispetto!
Giacca di Pelle, così lo chiamai, era impassibile: si allungò sul bracciolo più vicino a Inno alla Gioia e portò il suo viso a una decina di centimetri dall’altro e gli chiese, con un sorriso sornione:
– Ma come cazzo parli?
Inno alla gioia sbiancò, era evidentemente troppo per lui: ululò sdegnato e fece per alzarsi mentre un Giacca di Pelle scosso dalle risa si faceva beffe dell’effetto che le sue parole avevano sortito nell’altro.
La situazione stava rapidamente degenerando, mentre Inno alla Gioia aveva afferrato il libro che stava leggendo e, dimenticata ogni buona maniera, sembrava deciso a lanciarlo in faccia a Giacca di Pelle con tutte le sue forze. Ma un ulteriore urlo, proveniente da qualcuno seduto al tavolo insieme a me, alla mia sinistra, mi fece quasi cadere dalla sedia.
– Ma insomma! Ma la volete finire di fare chiasso? Ma è possibile che non si possa lavorare in pace quando ci siete voi due di mezzo?
Queste parole erano state proferite, manco a dirvelo, dal terzo sosia, che stavolta si era materializzato nelle vesti di quello che mi sembrava un perfetto impiegato: camicia abbottonata, capelli corti (ordinatissimi) e basette squadrate; un laptop era accesso e aperto davanti a lui e quell’urlare improvviso pareva l’avesse distolto da una concentrazione assoluta nel pigiare i tasti del pc ad una velocità forsennata; portava degli occhiali squadrati e le mille luci del monitor gli si riflettevano sulle lenti nascondendo in parte i suoi occhi.
Inno alla Gioia sembrò tornare in sé: si ricompose i vestiti, piegati dopo lo scatto improvviso, e si sedette di nuovo sulla sua sedia a dondolo, borbottando incomprensibilmente e guardando in cagnesco Giacca di Pelle, che ricambiò con un occhiata piena di gioviale disprezzo. L’Impiegato (così lo chiamerò) sbuffò stizzito e tornò al suo lavoro, che come ho detto consisteva nel pigiare i tasti del suo pc ad una velocità folle.
Dal canto mio la situazione era piuttosto paradossale e io buttai lì:
– Si può sapere che cosa sta succedendo?
Giacca di Pelle mi sorrise con l’affetto disonesto delle canaglie: non so da dove, aveva tirato fuori una birra apparentemente gelida, che sorseggiava gaudente. Mi rispose:
– Non fare caso a Inno alla Gioia, a lui non va bene mai niente; sei il benvenuto tra noi, che in fondo ti dobbiamo tutto..
Inno alla Gioia, che si era nuovamente messo a leggere, a tali parole sbuffò sdegnato e rinunciò definitivamente a fingere di essere immerso in un’atarassica indifferenza, tanto che chiuse il libro con un colpo deciso e accavallò le lunghe gambe: una pipa di ciliegio fumante era spuntata da non so dove e ora pendeva dalle sue labbra diffondendo un invitante profumo di anice. Improvvisamente serio, disse:
– Dicci un po’, cos’è che vuoi combinare con questa storia degli appunti? Ti sembra il modo giusto di approcciarti a qualcuno? Non credi che sia, in qualche modo, disonesto, fare quello che fai? Le persone serie e adulte si comportano ben diversamente da te e non ricorrono a questi mezzucci per conoscere chicchessia, mi meraviglio di te, in fondo. Ma pensa! Cosa direbbe di te chiunque dei grandi di cui abbiamo tanto letto? Pensi a Hemingway! Non si sarebbe mai ridotto a questi espedienti; e lo sai perché? In fondo credo che tu lo sappia: perché Loro erano uomini, che hanno vissuto.. che hanno acquistato fiducia in loro stessi..
Inno alla Gioia mi aveva beccato in un nervo scoperto. Mi rannicchiai sulla sedia a disagio stringendomi un ginocchio con la mano. Intervenne Giacca di Pelle, rivolto a Inno alla Gioia:
– Ma falla un po’ finita! Cosa c’è di male a crearsi delle occasioni? E poi mi pare che stia tentando di aiutarla, quindi io non ci vedo niente di disonesto; sei tu che hai dei problemi e devi vedere del marcio ovunque; tu appartieni a quella categoria di persone a cui piace odorare i propri peti, con tutte ‘ste filosofie contorte, te lo dico io, ma fortunatamente io non mi siedo mai vicino a te..
A questo udire Inno alla Gioia cominciò di nuovo a schiumare di rabbia, aveva la pipa in bocca e perciò l’aria intorno a lui si riempì di fumo in modo tale da avvolgerlo in una nuvola di sdegno e odio verso l’umanità tutta. Piuttosto soddisfatto Giacca di Pelle si rivolse a me, strizzandomi l’occhio:
– Penso che tu ti sia comportato abbastanza bene finora ma presto arriverà il momento di concretizzare; non più consigli per lo studio ma inviti a serate dagli intenti meno nobili e più edificanti.
Mi strizzò di nuovo l’occhio furbo e fece per mimare un gesto assai eloquente; ma la nuvola al suo fianco tuonò e la voce di Inno alla Gioia giunse a noi come il temporale:
– Per Diana giuro che se fai un solo gesto osceno ti farò vedere quanto è solido il legno di questa sedia, spezzandotela sulla schiena!
Giacca di Pelle sembrò comprendere di essere giunto al limite e abortì il movimento, ma continuò a sorridermi mentre ingollava una generosa sorsata di birra.
Inno alla Gioia riemerse dalla nube di fumo e continuò, tenendo d’occhio Giacca di Pelle:
– Non è ascoltando quello scellerato che riuscirai a comportarti a modo. I tuoi intenti di esserle d’aiuto sono sì encomiabili ma io e te sappiamo che sono capri espiatori, ottimi pretesti per guadagnare tempo prima di dover fare passi di una certa decisione in una certa direzione: ci siamo capiti. Io e te…
E scoccò un’occhiataccia a Giacca di Pelle, continuando:
– ..abbiamo dei principi e giurammo che mai ci saremmo comportati come taluni viscidi, che si riempiono la bocca di belle parole e sani propositi solo per attirare qualche sprovveduta, ammaliata dalla loro apparenta aurea di idee piene di giustizia e virtù ma che si rivelano solamente delle deprecabili iene travestite da leoni.. devi comportarti secondo coscienza..
Di nuovo intervenne Giacca di Pelle, questa volta seccato:
– Ma piantala di blaterare queste scemenze! Che tu sei un Leopardi! Un Cardarelli! Ad ascoltare te staremmo ancora a giocare a scarabeo al circolo della biblioteca! Bisogna aiutarsi da sé in questo mondo! Non sai che là fuori è pieno di furbastri che non perderebbero mezzo secondo a farsi neanche il più piccolo scrupolo, altro che qua, che invitare una ragazza a cena diventa un’assemblea costituente, un parto, un nodo gordiano!
Questa volta era Giacca di Pelle ad aver colpito nel segno: mi guardò, il cipiglio da sbruffone era sparito:
– Dammi retta, ti prego. Ti racconterò un episodio: anche io una volta diedi ascolto a quel musone e dopo un numero indefinito di birre la mia sbronza era diventata una canzone di Goran Bregović: una rocambolesca serie di episodi e circostanze mi portò da questa qua che mi attirava, e tanto, e io fui tanto stupido da tirare fuori le strampalate teorie di quel filosofo mancato e alla fine non ottenni altro che un tremendo dopo sbornia e la tizia che ancora oggi mi guarda come se fossi una sorta di pazzo da internare..
– Non a torto – aggiunse Inno alla Gioia. Fu il suo turno di sorridere.
Alla mia sinistra udii un leggero colpo di tosse: l’Impiegato si stava schiarendo la gola: con un gesto nervoso si mise a posto gli occhiali che erano scivolati sulla punta del naso e, per un momento, abbassò lo schermo del computer, dicendo:
– Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, penso che il problema più importante, al momento, sia elaborare i prossimi passi, mentre voi altri risolvete le vostre annose questioni etico-filosofiche è bene avere almeno un piano da seguire.
Fece una pausa, rialzò il monitor del laptop e le lenti dei suoi occhiali divennero due schermi bianchi:
– Finora abbiamo seguito le procedure di approccio fedelmente e con rigore: applicare quelle massime di Grice è stato fondamentale direi, per giungere a questo punto: ci tengo a sottolineare che sono state una mia idea e che hanno prodotto concretamente dei risultati molto più utili dello stare a blaterarsi addosso..
Fece un mezzo sorriso agli altri due.
– Tuttavia, anche la pianificazione più accurata non potrà rimandare in eterno il momento in cui dovremo effettuare delle mosse più decise verso una determinata direzione..
Unì le punta delle dita di ogni mano, teso:
– ..e per tempo dovremo avere già dei piani ben precisi: mi sono permesso di preparare delle slides a riguardo..
Ma venne interrotto da Giacca di Pelle che sbottò:
– Ah! Al diavolo le tue slides! Non è mica una riunione d’affari questa, razza di sterile macinatore di numeri!
L’impiegato chinò il capo stizzito.
Inno alla Gioia intervenne, lugubre:
– Io ho solo più un avvertimento da dare a tutti voi: ricordate l’ultima volta che ci siamo fidati di qualcuno, l’ultima volta che abbiamo abbassato la guardia..
A questo dire gli altri due non reagirono troppo visibilmente; ma vidi l’Impiegato coprirsi di un sottile velo di sudore freddo e Giacca di Pelle assumere un’espressione contrita, mentre scolava l’ennesima birra fissando il vuoto, i suoi occhi (che poi erano i miei) finora accesi da un ridente e infantile entusiasmo erano due lontani, lucidi e profondi crateri in cui si scorgeva una viva sofferenza.
In quel teso e soffocante silenzio udii dietro di me i rumori di qualcuno che scalpiccia e la risata di una ragazza. Mi voltai e vidi, nello specchio; quello specchio di manifattura antica, che stava sulla parete opposta all’ingresso del corridoio, a quella soglia di cieca tenebra, una ragazza: alta e sinuosa con dei lunghissimi capelli biondi correre mano nella mano, chiaramente spensierata e felice, con un qualcuno che era coperto da una fosca ombra; non aveva dei lineamenti definiti, lui, ma nel Sognare spesso si possiedono consapevolezze istantanee, e una di quelle consapevolezze era che quell’uomo mano nella mano con lei non ero io.
Guardavo amareggiato quella apparizione quando sentii di nuovo uno scalpiccio provenire questa volta dal corridoio la cui soglia era pura tenebra; dopo un paio di secondi ne emerse un bambino, al cui seguito caracollava un gatto bianchissimo.
Beh, quello ero io da bambino, ovviamente; indossavo dei semplici pantaloncini con l’elastico, ero scalzo e portavo una canottiera bianca. Il bambino venne verso di me, tirando su col naso: capii che il suo pianto andava avanti già da un po’.
Tra i tremendi singhiozzi che lo soffocavano disse:
– A me lei manca tanto, non si riesce ad andare avanti senza; voi tutti fate finta di niente ma questa è la verità.
Queste sono le uniche parole sensate che riuscii a comprendere, perché poi crollò scosso dai singulti, mentre il gatto gli si strusciava addosso tentando di consolarlo.
A quella vista mi alzai allarmato e con molta delicatezza rimisi in piedi il pargolo; dopodiché gli diedi una decisa pacca sulla schiena, per consolarlo s’intende, e presi due biscotti dal piattone glieli ficcai in mano burbero.
Quello, continuando a tirare sul col naso, serafico, andò a sedersi sul divano staccando un pezzetto di cioccolato dal bordo di uno di quei biscotti, grandi come coprimozzi. Nel mentre il gatto gli si era acciambellato addosso, facendo le fusa.
Tutti noi rimanemmo a guardare per un po’ il marmocchio riprendersi: una volta finiti i biscotti e dopo avermi chiesto una generosa sorsata di latte disse, pulendosi la bocca sul braccio:
– Ma perché voi tutti che siete.. adulti, o per lo meno, in teoria, più adulti di me, non fate la cosa più semplice..!
Così dicendo allargò le braccia, spalancando la bocca:
– Sii sincero con lei, dille che ti piace, non può venir nulla di male dall’essere sinceri! Concorderete tutti con me, ne sono sicuro!
Ci fu un ultimo attimo di silenzio e poi io e tutti quelli più alti di un metro scoppiammo in una fragorosa risata; l’Impiegato era scosso da risa isteriche e aveva abbassato il monitor del computer per vedere meglio il bambino, Giacca di pelle si teneva la pancia e Inno alla Gioia sghignazzava roco come un vecchio cane. Tanto ilari eravamo che non ci accorgemmo del bambino; immunosito ci guardò, deluso, e piano piano si girò camminando sconsolato verso l’ingresso del corridoio, fino a scomparirvi.
Quando smettemmo di ridere vedemmo solo più il gatto, da appisolato era diventato d’improvviso vigile, e sembrava squadrarci con molta severità: scese dal divano e ci concesse un ultimo sguardo pieno di disgusto mentre anch’egli imboccava la porta, camminando impettito e sdegnoso.
L’impiegato ruppe il silenzio:
– Io suppongo che sia opportuno e consistente con una condotta matura giungere a parlare dei nostri sentimenti a questa persona, a breve..
A quel punto parlai io:
– Ma vedi, io rimugino molto, e se lei ha qualcun altro per le mani? Io sono permaloso come una fighetta di legno, me la prenderei a morte. Oppure.. oppure, se per mettersi a frequentare me dà il ben servito a qualcuno che più di me è adatto a lei..
Con un gran tonfo l’impiegato sbatté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare tutti: Inno alla Gioia e Giacca di Pelle lo guardarono esterrefatti. L’impiegato, paonazzo gridò:
– Un ti n’ava a futtiri ‘na beata funcia di minchia di chiddu arrùsu!
Il suo accento siciliano era rimasto sopito finora ma deflagrò prepotentemente mentre mi guardava furioso e affannato d’ira. Stava ancora riprendendo fiato quando mi accorsi che Inno alla Gioia e Giacca di pelle si erano alzati, improvvisamente serissimi e silenziosi; anche l’Impiegato si alzò e, tutti e tre, con aria grave mi fissavano.
Feci io:
– Ehi, ma.. che vi prende?
Quelli non risposero, ma presero ad avvicinarsi a me, sempre con quell’aria di grave e lugubre destinazione, tanto che io indietreggiai spaventato.
Camminando indietro alla cieca sentii dietro di me il bordo dello specchio, quello che stava davanti alla soglia di tenebra, e fui follemente preso dal panico mentre quei tre venivano verso di me, lenti ma inesorabili; la porta d’ingresso era cementata nel muro; non avevo vie di scampo e quando i loro tre volti terribili furono a pochi centimetri dal mio dissero, all’unisono:
– Tocca a te, ora!
E tutti e tre mi afferrarono per la collottola e costrinsero a guardare il mio riflesso nello specchio.
Urlai per ciò che vidi; urlai e tanto urlai che con un ridicolo scatto sul posto mi ritrovai di nuovo sul davanzale, nel corridoio, madido di sudore e sfiatato.
Il pisolino si era prolungato da troppo tempo, evidentemente. Le lezioni dovevano essere già finite da un pezzo perché i corridoi erano stipati di studenti: impossibile individuarla per darle i miei appunti, e comunque, impossibile far finta di averlo fatto per caso, in mezzo a quella calca di membra umane.
Scesi dal davanzale sconsolato e mi avviai lungo la strada di casa, avevo la fronte aggrottata, il mio giubbotto di pelle scricchiolava e gli occhiali mi erano scivolati lungo la punta del naso.