Della Sventura di Don Chisciotte, o della paralisi ipnagogica

sole_nero_cavallo_bronzo_nr_58_1_n11Non affiderei queste parole alla carta se, facendolo, non covassi la segreta speranza d’esorcizzare in qualche modo il tremendo ricordo di quell’incubo. Anche adesso, mentre ricordo, mentre costringo la mia mente a tornare a quella orripilante vicenda un angoscioso affanno mi scuote il torace e rende le parole che scrivo in una grafia tremula e incerta; quasi a voler rimarcare la natura inquieta degli accadimenti che esse descrivono.
La sera in cui, per l’ultima volta, mi addormentai senza il timore di dover assistere a orrori indicibili ero immerso nella lettura del capolavoro di Cervantes “Don Chisciotte della Mancha”; inutile dire che le bizzarre avventure del testardo cavaliere errante allietavano enormemente le mie giornate, rese grigie e piatte da quel morbo che mi costringeva a letto, pieno di dolori e febbricitante. Sono sicuro che la febbre, quel calore in eccesso nelle mie membra, sia stata complice nell’imprimere l’incubo con vivida e opprimente incandescenza nella mia memoria: così come una variazione di temperatura può accrescere l’entropia di un sistema così incupì ulteriormente la natura macabra del mio sognare. Forse influì anche l’umore nero che mi portavo addosso: relegato com’ero in quel letto e in quella camera solitaria, a contemplare le ombre allungare le loro grinfie sulle pareti. Ma non voglio indagare oltre sulle cause che portarono il mio inconscio a generare una tale raccapricciante proiezione; è una fiera schiva, questo nostro Io nascosto, figlia delle barbare lotte per la sopravvivenza , quand’ancora l’uomo non si poteva chiamare civilizzato, umano; e tanto mi innervosisce questo argomento che preferisco di gran lunga spremere un racconto dallo spaventevole miraggio onirico che mi accingo a narrare.
Per l’appunto , erano calate le tenebre e il sonno m’appesantiva le palpebre: avevo cambiato posizione per l’ennesima volta mentre leggevo del Cavaliere dalla Triste Figura; più precisamente le pagine raccontavano di come quel geniale quanto strampalato folle avesse convinto il simpatico e sempliciotto contadino Sancho a diventare il suo scudiero, ubriacandolo con sogni di ricchezza e la promessa di renderlo Signore di un’intera isola. La banale avidità di quel personaggio mi strappò un sorriso amaro poiché, come io e voi sappiamo, quella stessa avidità è cagione di tanti mali in questo nostro mondo che, convenzionalmente, chiamiamo reale.
Leggendo quegli esilaranti dialoghi girai pagina e, nel silenzio umido della notte fuori la finestra, il fruscio della carta risonò troppo penetrante nel mio cranio e in fondo ai miei timpani, come un fievole bisbigliare di parole udito ma non inteso; interruppi la lettura stranito poiché assistevo per la prima volta a quel fenomeno ma quasi subito imputai la cosa ai potenti medicinali che stavo prendendo per annientare la malattia; ripresi la lettura con più foga di prima: Don Chisciotte aveva appena terminato una magistrale arringa, volta a convincere ulteriormente Sancho, sull’importanza che gli scudieri avevano avuto nelle venture dei cavalieri erranti del tempo passato; di nuovo mi trovai a sorridere dell’ingenuità di Sancho e voltai, per l’ultima volta, pagina: se prima lo scricchiolio della carta mi aveva quasi stordito risuonandomi nella testa con una eco sinistra questa volta annichilì completamente la mia coscienza; quello stridio pungente partì dalla base del collo e si protrasse fino a dietro i miei occhi; all’interno di quest’ultimi avevo impresso il candore delle pagine che stavo leggendo, candore esasperato dal sanguigno tremore della vertigine che precede la perdita dei sensi.
Mi riebbi sussultando, il fiato mozzo; mi riebbi senza aver il controllo sul mio corpo; mi riebbi guardando cose che non potevano avere un senso: senza ch’io potessi far nulla a riguardo la mia testa era rivolta verso il basso e guardava, evidentemente da una posizione elevata, un uomo lurido e panciuto seduto in groppa a un mulo che camminava, smunto, e i cui occhi brillavano ferini nella notte. Freddi e leggeri aghi di pioggia cadevano mentre veniva la sera: li sentivo tintinnare su quegli stracci rinforzati di placche in ferro arrugginito che indossavo; l’oscillare con cui la mia testa si muoveva mi fece capire che anche io, o il corpo in cui mi trovavo, se volete, ero in sella ad un destriero.
Un grande panico, una paura fredda che altro modo non aveva di manifestarsi se non con uno sgomento privo di raziocinio s’era impadronito di me; senza controllo delle membra non potevo sfogare l’irrequietezza; i miei urli angosciati sfociavano in un silenzioso e vibrante fastidio che perturbava la mia mente; quando provavo a portarmi le mani al volto quelle braccia ossute rimanevano ferme a reggere saldamente le redini della cavalcatura. Il momento in cui capì di non poter in alcun modo far qualcosa per sfuggire a quella esperienza è e sarà scolpito nella mia mente per sempre; mai come allora fui vicino alla follia: perso nell’abbandonato sconforto di chi è vittima dell’Orrore.
Fui strappato da una riflessione che, probabilmente, mi avrebbe portato alla pazzia da un lampo: un lungo lampo che si arrampicò nel cielo illuminandolo; la tenebra e le cime degli alberi che affiancavano il sentiero su cui io e quell’uomo sporco ci inoltravamo non mi avevano fatto notare quel firmamento alieno e allergico alla logica.
L’uomo in cui la mia mente era intrappolata alzò la testa proprio mentre il lampo si dissolveva nel fragore di un tuono cupo e minaccioso; la saetta aveva illuminato tre gigantesche, chimeriche lune, queste erano accese di bagliori, dietro le nubi, che non ero solito osservare su un corpo celeste: quei tre cerchi spartivano il cielo e si illuminavano ora d’oro, ora di violetto e rosso contribuendo ad aumentare il mio senso di orrore e a stendere una sinistra atmosfera su tutto l’insieme. Il proprietario di quel corpo invece non sembrò turbato da quella visione poiché volse subito il capo al suolo. Quando un altro lampo si allungò tra due nubi grigiastre ebbi modo di vedere il “mio” riflesso in una pozzanghera: l’acqua tremula restituiva la vista di un uomo avanti con gli anni, curvo sull’arcione, magro all’estremo; nel suo volto segnato dall’età c’era spazio soltanto per le ombre che, partendo dall’incavo degli occhi, disegnavano un’espressione di cupa rassegnazione e di implacabile tristezza. Al fianco dell’uomo pendeva una spada, infilata in un fodero malconcio, che, dondolando, sbatteva ritmicamente contro il fianco di quel destriero scheletrico, fosco quanto il suo cavaliere.
Quando giungemmo alla fine di quel sentiero alberato, che dava su una grande pianura, per quanto il buio mi permettesse di vedere, spazzata dal vento e sferzata dalla pioggia, ebbi conferma di ciò che sospettavo fin dal momento in cui avevo ripreso i sensi: quando l’uomo che impersonavo parlò ebbi un brivido, vi invito ad immaginare la bizzarra sensazione di sentire una voce che non vi appartiene provenire da voi stessi nella perversa imitazione di un ventriloquio:
-“Mira Sancho! Quali ghiotte avventure ci possono attendere in questa grande piana su cui il nostro sguardo può cucire chissà quali trame! Non trovi che questo struggente timore dell’ignoto sia di per sé una ricompensa per le nostre fatiche?”
Ebbi così modo di convincermi d’essere stato, in qualche oscura, artificiosa, sovranaturale maniera trasportato all’interno del libro che fino a poco prima stavo leggendo con tanta passione: il vecchio sottile era proprio Don Chisciotte, ma constatai terrificato che nel libro non si faceva cenno di quella atmosfera così inquietante e piena di angosciante mistero e mai si parlava dell’aria malinconica del Cavaliere che dava nome a tutta l’opera.
Ad ogni modo, l’uomo a cavallo del mulo, Sancho, rispose con voce flebile, battendo i denti dal freddo:
-“ M-m-mio signore, non sarebbe saggio trovare un riparo p-p-per la notte? Il tempo potrebbe p-p-peggiorare..”
Sancho si interruppe: Don Chisciotte improvvisamente s’era rizzato sulla sella, sferragliando rumorosamente, e volgeva l’orecchio verso la piana avvolta nell’oscurità; si udivano dei lamenti stridenti e metallici sopra il tumulto della tempesta nascente: il Cavaliere urlò:
– “Che io sia maledetto! Odi Sancho? Percepisci questo cupo e immondo suono? Che il Signore di tutte le cose mi fulmini seduta stante se non sono ancora in grado di riconoscere il verso dei giganti!”
Don Chisciotte fremeva d’eccitazione, Sancho invece, se possibile, rabbrividì ancora di più e rispose:
– “Mio S-s-signore, i-io non sento nulla, a parte questi tuoni che annunciano t-t-tempesta; a-a-anche per questo m-m-motivo suggerirei a vostra s-s-signoria di..”
– “TACI! Taci e non ammorbarmi oltre con questi piagnucolii! Credi forse che un cavaliere errante si lasci sfuggire l’occasione di ricacciare nell’abisso infernale alcune fra le più mostruose creature che il Demonio, sempre sia dannato, ha mandato su questa terra? E per quale motivo poi? Per qualche goccia d’acqua? Racimola quella poca capacità che hai di formulare un pensiero, mio umile servitore, e non obbligarmi a ricordarti, a bastonate, quali sono i doveri di uno scudiero che accompagna un campione della cavalleria errante quale io sono!”
Proprio in quel momento la più grande delle tre lune, colma di un cremisi sanguigno, fece capolino da una oscura nube e, contemporaneamente, l’ennesima saetta illuminò la visione che per sempre mi tormenterà: su quella enorme piana, che per un momento si svelò nella sua enorme, inaccettabile distensione, e in cui soffiava un vento sempre più furioso, stavano accovacciati, ingobbiti, numerosi esseri dalla forma mostruosa: descrivendoli avverto il forte rifiuto che il mio raziocinio oppone nel soffermarsi sulla forma di quei titanici artropodi dalle lunghe paia di zampe sbilenche; la brutta sporgenza che svettava dal tronco tozzo di quegli abomini, simile a un tumore maligno, fungeva da testa ed era munita di un beccaccio rapace, e sopra quella fauce lamentosa svettava un foro, una sorta di occhio ciclopico acceso di una luce arancione, profondamente sbagliata, aliena e ributtante.
Quella fugace ma terrificante visione mi permise di contare almeno un quarantina di quegli esseri, e mi parve l’ultimo colpo che i miei nervi fossero in grado di sopportare; il rifiuto, freddo, rischiava di impossessarsi della mia mente, sentivo premere al confini della mia coscienza la follia, la liberazione dal pensare come unica via di fuga da quella scena abominevole.
Don Chisciotte d’altro canto, fu galvanizzato a quella vista, diede un tale scossone alle redini che il suo destriero Ronzinante scartò di lato mentre urlava:
-“Ah! Vedi Sancho! Avevo ragione! Guarda quanti giganti ammorbano questa pianura! E’ un chiaro segno del Cielo, il Signore mi sta offrendo di entrare, fin dall’inizio delle mie avventure, nella schiera dei più grandi e onorevoli Cavalieri erranti! Mi sta dando la possibilità di coprirmi di una tale gloria che la mia amata, adorata Dulcinea del Toboso ricompenserà concedendo requie al mio cuore afflitto dal cortese rifiuto che si ostina ad imporre al mio amore; che sempre sia Lodata quelle beata creatura del Cielo!”
Detto ciò si rivolse, e io insieme a lui, radioso verso Sancho che rispose al suo sguardo con una pacatezza troppo garbata per nascondere i dubbi sulla sanità mentale del Cavaliere che il contadino covava:
-“G-g-giganti mio signore? Q-q-quelli sono dei mulini, con delle lunghe pale che, mosse dal vento, fanno girare la loro macina.”
Per un attimo il Cavaliere guardò il suo scudiero, a bocca aperta, poi con uno scatto Don Chisciotte fece avanzare Ronzinante verso Sancho quindi, abbassandosi, diede un gran ceffone a quel miserabile; perso l’equilibrio Sancho volò per terra con un gemito mentre il Cavaliere urlava:
-”Quale panoplia di sciocchezze vai dicendo, maledetto cane ignorante! Come osi prenderti gioco del tuo signore negando persino l’evidenza di ciò che sta di fronte ai nostri occhi!”
Sancho, rialzandosi, coperto di fango, rispose con voce lamentosa, mentre la tempesta andava aumentando:
-“Ma mio signore, lo sa il Cielo se oserei mai prendermi gioco della vostra Signoria. Io vi posso giurare su questa mia amata giumenta e su quella bieca megera di mia moglie che questi lampi, dinanzi ai miei occhi, illuminano dei mulini a vento.”
Don Chisciotte parve calmarsi, sentivo i suoi respiri diminuire in frequenza mentre rispondeva:
-“E’ chiaro che devi essere vittima di un sortilegio. Come ti ho già detto noi cavalieri erranti non possiamo definirci tali se non v’è almeno un malefico stregone, uno di quegli sciagurati praticanti delle arti più nere e pagane, progenie di Pan, che tenta di ostacolarci incantando ciò che incontriamo sul nostro cammino, o lanciando disgustose fatture sui nostri servitori, come si da il caso stia succedendo adesso; perché proprio ora, iniquo e tonto servitore, posso vedere la più massiccia di quelle bestie ergersi, stagliarsi disegnando il suo orribile profilo sullo sfondo della grande Luna Rossa.”
Potevo osservare che quel brutto omone d’un Sancho intese metà delle parole del suo padrone e si limitò a guardarlo attonito sbiascicando:
-“La grande luna rossa..?”
Le folgori ormai esplodevano ogni piccola manciata di secondi, illuminando periodicamente a giorno quella piana infernale; Don Chisciotte slegò un elmo pieno di bozzi e ammaccature dall’arcione e se lo calcò in testa mentre Ronzinante scalciava inquieto, disse:
-“Basta perdere tempo Sancho, è tempo che questo cavaliere inizi a compiere quelle gesta tali da eguagliare il prode Lancillotto; ora, è chiaro che il tuo già debole intelletto è completamente soggiogato dalle arti subdole di quel meschino incantatore: questo ti rende a me inutile per il cimento che mi sono prefissato. Sei ora congedato, fedele e valoroso scudiero, con il compito di presentarti alla mia amata, Dulcinea del Toboso e porgere lei i miei omaggi. Non ti mentirò, il tuo signore si sta imbarcando in una impresa tanto grandiosa quanto difficile, ed è per questo che palesandoti alla mia bella dirai che chi è di ritorno è uno dei più valorosi cavalieri erranti del nostro tempo.”
Dicendo questo sorrise, mesto, al suo scudiero; quel miserabile Sancho annuì zelante, e un riso beffardo era celato sotto lo sguardo apparentemente adorante; se Don Chisciotte si fidava ciecamente di quell’avido contadino io ben sapevo che molto probabilmente non sarebbe andato mai a compiere il suo dovere e, nonostante l’indignazione che questa constatazione provocò in me, anche adesso, non posso negar d’aver anelato di poter fuggire insieme a Sancho da quella circostanza orrenda che ero costretto a spartire con Don Chisciotte.
Sempre per un motivo oscuro infatti, io dovevo condividere le stesse visioni di Don Chisciotte, e, sinceramente, mi scoprì ad ammirare, nonostante l’orrore che mi scuoteva le viscere, quel gracile vecchio che prendeva le armi contro quella disturbante marea di affannose, oscure visioni.
I tuoni continuavano a rimbombare nella terra mentre Sancho si allontanava, incitando il suo goffo mulo in una corsa dondolante; la tempesta ormai era iniziata e la pioggia cadeva torrenziale. Le gocce risuonavano ticchettando sull’elmo che Don Chiosciotte indossava e i lunghi sospiri che tirava prima di avviarsi si condensavano in una nuvoletta, immediatamente sferzata dalla pioggia. Un rivolo d’acqua piovana cadeva dalla sommità dell’elmo sull’armatura ma quel valoroso teneva i suoi grandi occhi grigi fissi sul suo obiettivo.
Il cavaliere lanciò Ronzinante in un piccolo trotto, dirigendosi verso la più grande di quelle bestie che, per l’appunto, sembrava averci già adocchiato; quell’essere deforme dalla pelle rugosa e grigiastra si erse su due delle sue zampacce più robuste, usandole a mo’ di gambe, prima di eruttare un verso insopportabile da quel foro dannato che aveva per bocca; quel suono era orribile a udirsi, non c’era niente di naturale nello stridio che quasi lacerava i timpani di Don Chisciotte e che aveva lo sciagurato potere di annientare la speranza nel cuore di chi lo udiva; Ronzinante manifestò il desiderio di scartare e cambiare direzione ma Don Chisciotte, con un deciso strattone delle redini, riportò il cavallo sulla giusta direzione: chino sulla testa dell’animale gli sussurrava parole d’incoraggiamento.
Giunti ad un tiro di sasso da quell’enorme esemplare, figlio dell’entropia deplorevole del Maligno, quello ruggì di nuovo con quel verso metallico, alieno e ci abbagliò con quel suo occhio privo di intelligenza ma empio e rilucente di pura non-coscienza; Don Chisciotte aveva estratto la spada, un po’ sbeccata, e lo guardava imperturbato; quando il lamento finì piantò i talloni nei fianchi di Ronzinante, urlando e alzando in alto la sua lama; Ronzinante si impennò con un nitrito, proiettando un urlante Don Chisciotte verso la bestia:
-“ Ruggisci quanto vuoi, vomitevole parto dell’Inferno! Non è chiamando a raccolta gli altri della tua disgraziata stirpe che ti caverai d’impaccio da questo guaio! Poiché le regole della cavalleria errante mi impongono di palesarmi prima di attaccare qualsivoglia essere, senziente e non, sono qui ad annunciarti che tu e tutti i tuoi compari state per essere falciati e sconfitti dall’ingegnoso Cavaliere Don Chisciotte della Mancha, ardimentoso eroe di mille imprese, nonché Cavaliere dalla Triste Figura, promesso all’ineguagliabile dama Dulcinea del Toboso, la cui santa bellezza sarebbe in grado di portare l’infinita grazia del Creatore anche su di te, immondo essere senza speranza alcuna di redenzione. Avanti! Fatti sotto, porta qui quelle tue membra che non hanno scopo alcuno se non quello di finire infilzate dalla mia lama!”
Detto questo Don Chisciotte spronò Ronzinante in un galoppo folle e, all’unisono, il gigante cominciò a lanciare le sue zampe verso di noi, in un modo apparentemente buffo ma per nulla divertente, tornando a ruggire con quel barrito inarticolabile; per quanto mi riguarda ero completamente orripilato, assistere a quella battaglia così impari come uno spettatore forzato, legato sugli spalti di un teatro dell’Orrore è un’esperienza che, come ho già ripetuto, mi tormenterà l’esistenza per il resto dei giorni;
Quando il cavaliere e quella cosa furono abbastanza vicini Ronzinante scartò di lato e, per un soffio, evitò di finire schiacciato da una delle zampe che quell’essere lanciava a tutta forza verso di noi, con l’omicida obiettivo di spappolarci; tuttavia il destriero non mantenne l’equilibrio e con un nitrito spaventato volò su un fianco lanciando Don Chisciotte (e me) in una rovinosa caduta; quando la testa del Cavaliere impattò il suolo tutto si fece nebbia, ma in un attimo egli fu in piedi, con la spada ben salda nella mano; dall’incedere zoppicante con cui il Cavaliere si avvicinava a una delle lunghe zampe della bestia capii che la caduta non era stata priva di conseguenze;
Ronzinante si rialzò incerto sulle lunghe e sottili gambe e tentò di fuggire, ma uno dei tremendi colpi del gigante, poiché i numerosi arti di quella bestia scemavano intorno a noi in una danza di morte, lo colpì nel pieno di un fianco e persino sopra il tumulto udii l’orribile suono delle ossa schiantate; la povera e coraggiosa bestia venne sbalzata via di parecchi metri, con un nitrito pieno di dolore e una volta toccato il suolo impietoso si afflosciò inerte nel fango.
-“No! La pagherai cara, maledetto, per aver recato danno al più valoroso dei destrieri!”
Don Chisciotte era furibondo, schivando gli arti che cadevano attorno a noi, facendo tremare la terra, riuscì a prendere una rincorsa bastevole a fargli spiccare un balzo nonostante l’evidente dolore che doveva provare alla gamba su cui era caduto; in volo puntò la lama davanti a sé mentre la forza del salto lo proiettava sul tronco di quel mostro abominevole, dove quelle innumerevoli braccia, che parevano cresciute senza un’apparente ordine, si univano al resto del corpo. In questo modo la lama penetrò a fondo nella carne strappando alla bestia un gemito, fra le urla inumane che emetteva; il Cavaliere usò l’elsa della spada come una sorta di appiglio e, strappandola da quelle carni dannate con uno strattone, reggendosi cavalcioni come se stesse scalando un grottesco albero la rialzò, reggendola con entrambe le braccia, e la conficcò nuovamente in quelle carni, al di sopra della sua testa. Questa volta il nero e bollente sangue della bestia inondò Don Chisciotte e si raggrumò immediatamente sui suoi abiti in una poltiglia nera e disgustosa. Ferito per la seconda volta quel mostro cominciò a dimenarsi furiosamente, tentando di scrollarsi di dosso il cavaliere; Don Chisciotte con lo stesso stratagemma riuscì ad arrampicarsi fino a raggiungere la testa di quella belva; da quella distanza ravvicinata potevo sentire gli icori mefitici che quella orrenda fauce esalava, con una tale intensità da provocare nel cavaliere delle forti vertigini; nonostante questo il valoroso eroe riuscì a schivare i morsi mortali di quel becco che, sono sicuro, aveva già assaggiato il sapore della carne umana; era evidente che Don Chisciotte fosse determinato a giungere a quell’unico “occhio”, quel foro aggrottato, acceso di una rovente luce arancione. Quando quell’uomo d’armi giunse a portata di quel ciglio dannato, prima di conficcarvi la spada con un affondo deciso, lo fissò (e io con lui) per brevi secondi che, nella foga dello scontro, si protrassero per secoli; in quella luce artificiosa non vi si poteva leggere umanità, coscienza alcuna; solo la meccanica volontà di uccidere e distruggere.
Nel momento in cui la lama penetrò tutto il corpo della bestia fu scosso da uno spasmo doloroso ed emise, cosa che non ritenevo possibile, un ultimo urlo più intenso di tutti quelli precedenti; nel mentre Don Chisciotte s’affrettava a ridiscendere da quella singolare cima che aveva conquistato a colpi di spada e una volta toccato il suolo ebbe appena il tempo di gemere, dolorante, stanco e di balzare via, mentre la gigantesca mole del mostro crollava nel pantano dello scontro. La luce del suo occhio sembrava in qualche modo essere stata guastata e ora risultava meno intensa nella notte; con l’ultimo spasmo la bestia rivolse il suo sguardo verso il cielo e quel raggio di luce che emanava si intensificò, nella morte, e per un motivo che mi resterà sempre oscuro, aprì uno squarciò nelle nubi tempestose.
Don Chisciotte aveva poggiato un ginocchio a terra e tentava di recuperare il fiato, sfinito; quel singolo scontro sembrava avergli sottratto tutte le forze. Quando rialzò il capo persino il suo coraggio indomito vacillò: al tremore della terra dovuto ai forti tuoni che esplodevano nel cielo ad ogni momento ora s’aggiungeva quello provocato dall’incedere disordinato di almeno un’altra ventina di giganti che si dirigevano urlanti verso di noi; puntandoci addosso quegli occhiacci luccicanti. Mentre Don Chisciotte si rialzava per fronteggiare dritto e fiero quella nuova minaccia notai che perdeva molto sangue da un profondo squarcio sulla spalla destra , che oltretutto indeboliva grandemente la forza dei suoi colpi.
Come a un segnale prestabilito quell’ammasso di mostri si fermò a poca distanza da Don Chisciotte; la pioggia cadeva furiosa ormai e sferzava il cavaliere che, con il volto ormai cinereo, per due volte tentò di iniziare un discorso verso quella platea degenere e finalmente riuscì a urlare, con la voce rotta:
-“Cosa credete, abominii infernali, di poter aver ragione su di me solo perché sto riprendendo fiato dalla tenzone che mi ha visto uscire vittorioso? Luridi cani! Con quanto cieco furore v’ha riempito il Demonio, senza badare d’aggiungervi un po’ di buon senso e sacro timore?”
Le sue stesse parole parvero rinvigorirlo, allargò le spalle e alzò la spada, sporca di quel sangue maleodorante; lo squarcio che il gigante morente aveva aperto nelle nubi s’era allargato e ora, oltre la tempesta, si poteva scorgere il luccichio di stelle bellissime; intanto quegli esseri mostruosi , arrivando, incominciarono a disporsi a semicerchio, intorno a noi; Don Chisciotte continuava a perdere sangue e io, dal mio punto di vista ravvicinato ma ininfluente, potevo percepire il freddo che cominciava a intorpidirgli le gambe, le mani; ma nonostante questo egli alzò il capo a contemplare quegli astri e la loro luce perlacea si riflesse nei suoi, nei nostri occhi:
-“Sventurate anime dannate! Avete forse smania di tornare nei vostri Inferi, avvicinandovi? La codardia di Lucifero si riflette in voi, figli della sua perversione, dato che sfidate la mia furia stringendovi in un’accozzaglia ignobile, poveri stolti! Pensate che il vostro numero sia, per la mia forza, soverchiante? Puntate quel vostro orribile occhio lassù verso il grande campo del cielo e guardate; le lucenti stelle del Santo Creatore, a voi inviso, illuminano il campo di battaglia, anche attraverso questa odiosa tempesta! Ciò significa che Egli, sempre sia lodato, guarda con favore alla mia impresa! Non esiste certame alcuno a cui io non possa ottemperare se la Benevolenza dell’Eterno Padre veglia su di me! E ben presto voi sarete testimoni delle mie parole, quando i colpi della mia spada compiranno il volere del Cielo, spazzandovi via come polvere e riconsegnando il vostro spirito aberrante a quel fetido Inferno che vi si conface, marrani!”
Con queste parole, incespicando, si lanciò in una incerta e sbilenca carica; solo lo sforzo per giungere correndo, con quella smania forsennata, fino allo scontro, per certo mortale, con quegli esseri sarebbe bastato a stroncare definitivamente Don Chisciotte; quei demoni parevano bearsi di quella incosciente corsa verso la morte, tanto che il concerto delle loro urla trionfanti premeva forte sui nostri timpani colmando il mio cuore della stessa, soffocante predestinazione di un suicida che, cadendo da una grande altezza, vede il suolo avvicinarsi.
Ma d’improvviso accadde l’impensabile: nell’ultimo tratto della corsa tutti quei mostri parvero cedere ad un panico irresistibile e con tutta la fretta permessa dalle loro disordinate membra si diedero ad una folle fuga nella pioggia battente; i loro barriti avevano cambiato di tonalità, più acuti; lo stridio ora sembrava indicare paura e costernazione. Don Chisciotte non ebbe il tempo di godersi quella incredibile vittoria, a cui persino io stentavo a credere, nonostante vi avessi preso parte in prima persona: quell’ultimo, sovraumano sforzo per caricare, senza l’ombra di paura alcuna, quei maledetti aveva lanciato il suo cuore in un pulsante e irregolare galoppo che gli gonfiava la vena del collo e affannava irrimediabilmente il suo respiro.
Si avviava verso una triste fine quell’avventura; Don Chisciotte carponi, ebbe l’ultima volontà di voltarsi, per contemplare un’ultima volta quelle stelle, ma lo squarcio nelle nubi si era chiuso, sostituito dal gorgoglìo di una nube d’ebano, opaca. Ora a pochi passi da noi si stagliava una figura umanoide; guardando meglio vidi le curve sinuose di una donna affilata e sensuale; quel corpo, seducente poesia di forme e movimento si avvicinava a noi a piccoli ma rapidi passi: scalza, la sua pelle candida non sembrava sporcarsi di quella fanghiglia; vestita con un intricato abito composto da un barocco accavallarsi di tessuto giunse fino a noi reggendo l’ultimo lembo del vestito per non insozzarlo.
La pelle d’avorio del volto era liscia e su questo era dipinta un’espressione di altezzosa indolenza; le labbra erano tinte di nero. Quando Don Chisciotte la vide boccheggiò, con un filo di sangue che colava dai lati della bocca:
-“D-dulcinea, m-mia adorata…”
Quella sembrò non sentirlo; i lunghi capelli biondi ricordavano la seta per la delicata maniera in cui cadendo, si perturbavano seguendo la linea di quell’abito. Si limitò a contemplare con interesse lo stato di Don Chisciotte, carponi davanti a lei, con un mezzo sorriso ad adornarle il volto.
Allora Don Chisciotte scoppiò in lacrime, disperato o felice, non saprei riportarvelo; so che mi inquietò vedere quell’uomo che non aveva battuto ciglio davanti alla certezza della morte singhiozzare di un pianto nervoso e infantile, alla presenza della sua amata; lei, dal canto suo, allungò con un brivido di, pena o disgusto, non so, una mano cinerea e permise all’uomo morente di prenderla nelle sue, che erano sporche, insanguinate e con le unghie dolorosamente spezzate. Con la gola stretta dagli spasmi il Cavaliere dalla Triste figura emetteva dei versi soffocanti rivolti a Dulcinea; posso dirvi che, sebbene inintelligibili, esprimevano il disperato desiderio di sentire vicino l’oggetto del suo amore prima della Fine. Sembrò capirlo anche lei: si chinò con circospezione sul volto del cavaliere; i lunghi capelli di lei celavano alla tempesta l’intimità dello sguardo che i due si scambiarono.
Sentivo l’energia scemare dal corpo irrigidito di Don Chisciotte, in quegli ultimi momenti solamente il suo cuore, ancora furioso nel battito aritmico, e i suoi grandi occhi grigi parevano ancora accesi di una fievole vitalità mentre guardavano quelli freddi e sibillini di Dulcinea, in fondo a questi io potei scorgere un lontano bagliore arancione.
Lei urlò selvaggia a pochi centimetri dal volto di Don Chisciotte, il volto improvvisamente inumano, i denti allungati in una schiera ferina di zanne bestiali e carnivore; in quel momento capii che i giganti erano fuggiti alla vista di Dulcinea: così come la forza bruta cede il passo alla malvagità ben più sadica della crudeltà; dalle pieghe del suo vestito spuntò una mano che stringeva un affilato pugnale; lo conficcò nel cuore esausto del cavaliere.
Urlai dello stesso urlo di Don Chisciotte, improvviso e fulmineo un dolore troncò il mio respiro; quando alzai finalmente il busto mi scoprii di nuovo nel mio letto; con le mani al petto a difesa del punto in cui era penetrata la lama; sollevando le mie mani tremanti osservai un violaceo livido; allora presi quel libro che stava lì, apparentemente innocuo e lo lanciai con tutte le mie deboli forze contro il muro, sfasciandolo.
Rompendosi il libro continuò ad emanare quello stridio sibilo, che mi è penetrato a fondo nelle ossa e che mi aspetta al varco; anche adesso mentre la mia penna gratta la carta so che appena finirò di tracciare l’ultimo simbolo quel soffio tornerà a tormentare i miei silenzi, ad eterno monito del fatto che l’Orrore si può celare anche nell’agognato eremo del nostro sognare.