Ci ho pensato a lungo. Spesso mi sono trattenuta dal rispondere, ripetendomi che in alcune circostanze è decisamente meglio lasciar correre, ché tanto mica le cambio io certe idee. Ognuno ha la propria opinione, che va ascoltata e rispettata, accettando pensieri i differenti come possibilità di arricchimento personale. TUTTE BALLE.

Il tema, guarda un po’, è sempre il solito, sebbene mi fossi ripromessa che non ne avrei mai più parlato, perché stufa di cercare di mostrare una realtà diversa da quella proposta (male) da Retequattro e Salvini: l’immigrazione. Questa volta, però, non parlo di “loro”, parlo di “voi”.

Ho passato mesi, anni, a convincermi che la vostra fosse solo paura del diverso, magari condita da ignoranza in merito alle loro storie tormentate, che spesso si tramutava in chiusura mentale e purtroppo anche fisica. Hanno provato ad etichettarvi in mille modi, pur di trovarvi un posto: razzisti, fascisti, finti buonisti (abbiamo addirittura reso un aggettivo positivo un insulto, pensa un po’!), adulatori di quello che stava a testa in giù, e tanti ancora, ma nessuno rendeva bene l’idea. Finché stasera ho capito: voi non siete niente di tutto ciò (mi spiace deludere chi orgogliosamente -ahinoi- si dichiarava razzista), siete semplicemente CATTIVI.

Cattivi, esattamente il contrario di buono, generoso e gentile.
Cattivi. Perché qua stiamo parlando di vite umane che hanno superato viaggi strazianti e torture al limite del possibile, e voi non fate altro che preoccuparvi del perché abbiano vestiti carini o una bicicletta (si chiama carità, beneficenza, e non conoscete manco questo, incredibile).

Cattivi, perché se li vedete ottenere qualcosa, fosse anche il lavoro più ingrato, che mai e poi mai voi avreste accettato in qualsiasi momento della vostra vita, improvvisamente reclamate quell’impiego, perché bianchi e perché “prima gli italiani”. Cattivi, perché non vi avvicinate mai per chiedere se hanno figli, mogli, mariti oltre quel mare, e mai provate a pensare a che effetto possa fare sapere di essere così lontani da casa.

Cattivi, perché nel paese dove la nonna mi ha insegnato che “se si mangia in due si mangia anche in tre o in quattro” voi chiudete porte, finestre e strade, affinché nessuno entri nel vostro regno di cattiveria. Cattivi, perché urlate allo scandalo se hanno uno smartphone, senza mai chiedervi semmai quello possa essere il loro unico mezzo per far sapere alla famiglia che sono vivi e che stanno bene.

Cattivi, perché se non scappano dalla quarta guerra mondiale ma sperano in una vita migliore non valgono, non meritano aiuto. Noi, in America ci siamo andati perché qui c’erano i marziani che ci invadevano, infatti, e tutti i nostri giovani sparsi per il mondo cercano solo il modo per sfuggire dalla peste bubbonica, non è così?

Siete cattivi, che con la scusa del “non ci stiamo”, chiudete la porta ad un gruppo di persone che non arriva a coprire il 4-5% della popolazione totale italiana. (Volete dirmi che in un paese di 100 abitanti, cinque neri vi turbano la giornata?).

Insomma, fatela finita. Siete cattivi, cattivi e basta. Forse l’etichetta non è delle più minacciose, ma non vuole esserlo. Mi serviva tirarlo fuori, ricollocarvi in un luogo più consono, dove è più facile riconoscervi. Non ci sono giustificazioni alla cattiveria, nessun “non sono razzista, ma”, nessun “prima non lo ero, mi ci hanno fatto diventare”, niente di niente. Vi serve un termine semplice e infantile, per farvi capire un concetto tanto semplice ed infantile come la gentilezza.

L’accoglienza non è un percorso facile, ma va pensata. Bisogna usare la testa, ogni tanto il cuore, ché si sa che con la pancia altro non si produce che sonori rutti, fatti di aria e nulla più.