Nel corso di questa settimana sono stati resi noti dal Viminale i dati sugli stupri in Italia, frutto degli studi dell’ISTAT, che comprovano un problema serio: La violenza di genere. Una media di undici stupri al giorno, 4.015 stupri in un anno.

In Italia circa il 27,00% delle donne (fonte: WAVE Women Against Violence Engagement, 2016) dai quindici anni in su ha subito almeno una volta una forma di violenza di genere, di queste solo il 5,00% è avvenuto da un non-partner.
Francia, Germania, Regno Unito e altri paesi scandinavi mostrano dati generalmente peggiori di quelli italiani.
Quello che preoccupa non è il confronto con altri paesi, ma che il 27,00% delle donne abbia subito almeno una volta violenza fisica, psicologica o sessuale.

I fan (leggi: gli “idioti”) della politica, quelli che in maggioranza vantano un “impegno politico” e spesso fanno carriera, si sono preoccupati di confrontare le percentuali di stupri in base agli esecutori – 60,00% cittadini italiani e 40,00% stranieri – mentre, indifferentemente dal colore politico si sarebbero dovuti preoccupare di parlare del fenomeno della violenza nel suo complesso e di provare a proporre soluzioni. Di questo 27,00% il 94,00% avviene tra le mure domestiche o all’interno di relazioni di qualunque tipo; di questo ultimo dato oltre il 90,00% delle donne non denuncia per paure di qualunque tipo.

È la dimostrazione che vi sia un consistente problema sociale e culturale legato soprattutto ai rapporti sentimentali, dove ancora troppo spesso uomini e donne non vivono nel reciproco rispetto di identità, individualità e libertà, ma in un atavico rapporto di possesso, gelosia – in tutte le sue forme – e sottomissione a uno dei dei partner. Una totale disfatta individuale ed emotiva che nella quasi totalità dei casi chiamano “amore”, ma che tale evidentemente non è: si tratta di immorale possesso. Una moderna forma di “schiavismo”.

Quando alcuni affermano che le questioni di genere siano alla mercé di strumentalizzazioni consistenti da parte della politica e dei movimenti partigiani, trasformando questioni serie in semplificazioni social, questi, hanno ragione e questa n’è la dimostrazione. Nelle scuole oggi più che mai diventa necessario educare non al politicamente corretto ai limiti del ridicolo di “assessora”, ma all’emotività, alla sessualità e all’individualità, qui intesa come conoscenza e affermazione di sé stessi.

La politica dovrebbe – deve – discutere di questo serio e improcrastinabile bisogno educativo: educazione sentimentale, sessuale e di genere, tutte insieme, nessuna esclusa.