Sui social siamo diventati tutti dei critici. Arte, musica, cinema, eventi, moda, cibo. Conosciamo tutto, giudichiamo tutto. Laurea all’università della strada in tuttologia. Nelle dinamiche che i social hanno creato ci sta tutto. E quando la critica mainstream, ufficiale, da rivista o giornale diventa ampollosa e autoreferenziale, quella più di pancia, diretta e semplice ha gioco facile nell’avere maggior risalto.

L’unica differenza (o almeno la principale) è che quella “alta” ha delle basi, degli studi e delle conoscenze specifiche; quella social invece è basata sul gusto personale. Di per sè non è nemmeno un problema, in fondo parliamo di film e libri, di musica e videogiochi. Il problema è che questa critica un pò improvvisata è fatta al 70% di mode e pregiudizi. Il rimanente 30% è voglia di prendere like o cuoricini.

Con l’avvento di Netflix e la sua mole di serie tv a disposizione, c’è l’imbarazzo della scelta, sorpassato forse solo dall’imbarazzo nel leggere le “recensioni” delle serie stesse. Di nuovo, non sarebbe un grande problema se fossero genuine, pensate in proprio. Ma basta leggere cosa scrive qualche influencer social (alcuni competenti altri molto meno) e si può sapere con giorni di anticipo quale sarà l’andazzo generale. Sad.

Io poi spesso mi chiedo cosa spinga una persona, nel suo poco tempo libero, a guardare una serie che gli fa schifo per poi scriverne male su Facebook. Con la scelta che c’è mi chiedo perché non smetta di guardarla alla prima o seconda puntata invece che sorbirsene 13. La risposta è che forse così schifo non gli ha fatto MA bisogna parlarne male per non essere da solo.

Meglio stare all’interno dell’armata “distruggi opere”, criticare elementi a caso e magari parlare di elementi che non ci sono proprio. Quello che però fanno in realtà è essere le pedine social dell’influencer di turno, pagato per dire cosa gli piace o meno. Con buona pace di tutti.