Il giornalismo da sempre viene legato all’immagine della persona che si consuma le scarpe ad andare in giro a cercare la notizia, ad approfondire, ad investigare. Sono uomini e donne che ci portano i fatti e con loro la verità. Con l’avvento di internet e del digitale le scarpe si consumano forse meno ma teoricamente il lavoro dovrebbe raddoppiare: più storie, più fonti, più notizie. Peccato che leggendo quotidiani cartacei o le loro versioni web ci si trovi spesso di fronte a situazioni imbarazzanti.

Al netto delle testate che han fatto del titolo ad effetto (qualcuno dirà clickbait) la loro ragion d’essere, la realtà del giornalismo d’oggi è davvero triste. Innanzitutto per diventare giornalisti il percorso è molto difficile; non a livello pratico ma puramente economico. Chi se lo può permettere fa la scuola apposita – che non è garanzia di qualità, anzi – agli altri rimane lo sperare di entrare in qualche testata per due anni o il lavorare gratuitamente. Poi c’è il (grosso) problema del pubblico che ha disimparato a leggere tutto quello che supera le 20 righe o i 2-3 minuti di lettura. La gente vuole essere informata con un tweet, con un post breve.L’approfondimento è visto come un elemento per una nicchia di lettori e quindi una mezza perdita di tempo.
Infine c’è la questione economica: i soldi sono pochi e bisogna inventarsi qualcosa. Per la parte digitale si è preso due piccioni con una fava spostando tutto su brevità, titolo acchiappa click e commenti non moderati. Se conta solo la visualizzazione, non è importante cosa c’è scritto ma che le persone ci clicchino sopra. Ogni mezzo è lecito.

Per il cartaceo, quel poco che resiste, il solo titolo non basta. Si realizza un inserto settimanale/mensile (spesso meglio del giornale stesso) o si ricercano fondi con inserzioni a pagamento d’ogni tipo. Così si arriva anche alla pubblicazione di una tesi completamente antiscientifica e pericolosa per la salute pubblica che però porta soldi, quindi benvenga. La cosa che io trovo più deprimente è che i giornalisti giovani e cazzuti, quelli che hanno il futuro della loro professione sulle spalle, invece di affrontare questi argomenti, si interrogano su come automatizzare le notizie attraverso programmi e logaritmi che possano prelevare le informazioni dai tweet e dai post di Facebook.

Ci si chiede se si arriverà mai al cittadino giornalista, eroico volontario urbano che confeziona una notizia al posto del giornalista (che però verrà pagato come se l’avesse scritta lui). Si realizzano dibattiti sul futuro e sul come lavorare meno e peggio ma con introiti maggiori. Di fonti, etica, correttezza non si parla mai. Poi non chiediamoci come mai la gente crede che la terra sia piatta o che i vaccini causino l’autismo. Se deleghiamo le responsabilità di informare correttamente ai blog sconosciuti e nel mentre magari li combattiamo pure, quale futuro si può pensare di avere?