Il piccolo Charlie se n’è andato. Si è appena conclusa la sua breve vita e spero che si concluderà presto anche la bufera mediatica che il suo caso ha scatenato.

Charlie aveva un problema ai mitocondri. Senza approfondire troppo, i mitocondri sono presenti in tutte le cellule: sono quelli che permettono la respirazione cellulare. In pratica, i mitocondri sono più importanti della maggior parte di ciò che ci compone. Senza mitocondri non si può pensare di sopravvivere, è assolutamente impossibile. Charlie non poteva sopravvivere, è questa la realtà.

Questa breve spiegazione è solo un preambolo: il problema vero non è tanto la sopravvivenza del singolo, quanto l’eticità dell’accanimento terapeutico. I medici dicono di lasciarlo andare, i genitori vogliono provare una cura ancora in via di sperimentazione. Lui non può andare in America, il farmaco non può passare le barriere europee. E anche se si riuscissero a far incontrare Charlie e il farmaco, la probabilità che il piccolo sopravviva è praticamente pari a zero. Curarlo non avrebbe certo dovuto dare false speranze ai genitori: Charlie sarebbe stato semplicemente una cavia da laboratorio. Ed è davvero così sbagliato? Se non c’erano più speranze per lui, perché non provare a cercarne qualcuna per un malato futuro?

Eppure, dopo tanto strillare, temo che abbiamo perso di vista la cosa più importante. Charlie era un bambino, un essere umano sfortunato. I suoi genitori si sono battuti per la sua vita come qualunque altro genitore avrebbe fatto. I medici che lo hanno curato sapevano a cosa sarebbe andato incontro. Noi siamo tagliati fuori da tutto ciò. Possiamo rifletterci su, parlarne, condividere opinioni.

Ma giudicare senza ricordarci che tutti i protagonisti di questa storia hanno fatto il massimo per salvare una vita, beh, è una cosa davvero meschina.