Che cosa succederebbe se aprissimo tutte le frontiere del mondo e concedessimo la libera circolazione delle persone? È quello che si è chiesto l’Economist in un recente articolo interno alla sua rubrica utopica riguardante possibili scenari futuri. La risposta potrebbe forse spiazzare alcuni: saremo più ricchi. O per lo meno, il PIL degli stati più sviluppati che accolgono migranti aumenterebbe notevolmente.

Lasciando perdere i vari tecnicismi che potete trovare nell’articolo originale o nelle sue traduzioni da parte di altre testate giornalistiche, la tesi che sorregge tutto quanto sostiene che una persona produce di più se svolge lo stesso lavoro in uno stato più sviluppato.

Abolire le frontiere e permettere la libera circolazione non significa creare una sorta di far west in cui il singolo entra ed esce per fare, come direbbe qualche leader leghista, “tutto quello che vuole”. No, ci sarebbero delle regole ovviamente, regole finalizzate a impedire il sovraffollamento, l’eventualità di attacchi terroristici (che secondo l’Economist comunque diminuirebbero in un sistema di questo tipo. Anzi negli Stati Uniti per esempio vengono commessi più crimini dai locali che dagli immigrati) o evitare che la cultura degli immigrati si imponga in maniera prepotente sulla popolazione locale.

Ripeto, lasciamo da parte l’aspetto tecnico ed economico che si può approfondire altrove, non siamo qui per questo. Siamo qui per fare una riflessione forse più umana che politica. La teoria dell’Economist, per quanto utopica e irrealizzabile, ha sollevato un’analisi importante: vedere l’immigrazione non come un pericolo, ma come una ricchezza. Ci hanno raccontato la favoletta che non possiamo accogliere perché siamo noi i primi a non avere un lavoro e, purtroppo, sono ormai riusciti a convincerci di questo.

In realtà sappiamo che non è proprio così in quanto, per esempio, ad impedire l’apertura di un attività non è il nigeriano che sbarca a Lampedusa, ma la mole di tasse e l’infinita burocrazia che piomberebbe addosso al povero disgraziato che desidera mettersi in proprio. Invece di logorarsi per provare a ridurre l’immigrazione sarebbe quindi più opportuno scervellarsi al fine di trovare un modo per ridurre la pressione fiscale, ma parlare di pressione fiscale con Salvini e con i suoi elettori è come affrontare tematiche di fisica quantistica e subatomica con dei neonati (che comunque sarebbero più intelligenti dei leghisti). Meglio prendersela con i neri, è decisamente più semplice e più di impatto. E lasciatemelo dire questa cosa è grave, molto grave, oltre che vergognosa.

Il punto è che quando si parla di immigrazione in senso lato spesso ci si dimentica che l’italiano che va a fare il barista a Londra ha una laurea nelle Belle Arti, lo spagnolo che va a raccogliere la frutta in Australia è un informatico, il siriano che viene in Italia dopo che gli hanno distrutto la casa e ammazzato la famiglia è un medico o un architetto.

La questione è capire che dal fenomeno dell’immigrazione si può ricavare ricchezza. E no, non è un discorso da sinistroide in cui si parla di ricchezza culturale e morale, è un discorso capitalista in cui la ricchezza è intesa nel senso più semplice del termine: soldi. Perché l’immigrato che arriva in un altro Paese, se accolto con un determinato tipo di politica, diventa risorsa e consumatore e, rendendo migliore il suo stile di vita egli contribuisce attivamente ad arricchire lo stato.

Non dovremmo chiederci come fare per fermare l’immigrazione, ma bensì come possiamo, grazie all’immigrazione guadagnarci tutti quanti, stare meglio, e già che ci siamo provare a rendere questo mondo un posto leggermente migliore.