Non di rado le esibizioni del buon Giuseppe Povia, soprattutto nei piccoli centri, vengono accompagnate da discussioni e polemiche. Lo sappiamo: il simpatico cantautore milanese da tempo è uno di quei personaggi che si possono definire, semplifichiamo, come ‘controcorrente’ (o come dice lui, ‘non allineato’). I tempi sanremesi de ‘I bambini fanno oh’ e di ‘Vorrei avere il becco’, canzoni amatissime anche dai più piccoli, sono lontani: oggi l’artista scoperto e lanciato dall’infallibile Paolo Bonolis parla di Nuovo (Contro) Ordine Mondiale, ed è un po’ come se tra qualche tempo Peppa Pig iniziasse a trattare nelle sue storie di Goldman Sachs. Povia, dicevamo, ha un’intensa attività live e a volte accade che qualcuno provi a boicottarlo. Errore: non si censura nessuno e, come lui stesso scrive in uno dei cartelli che espone ai concerti, meglio esprimere che reprimere.

Molto più frequenti sono invece le ironie nei confronti di chi segue, o annuncia di voler seguire, un concerto del cantautore: ingiuste pure quelle, ognuno è libero di ascoltare la musica che gli piace, persino un cofanetto natalizio di Valerio Scanu. La musica è bella tutta e poi, diciamo la verità, non è che possono essere tutti Mick Jagger o Bob Dylan o Fabrizio De André. Quindi: basta attaccare gratuitamente chi vuole andare a seguire Povia, e basta polemizzare. Perché seguire Povia è anche e soprattutto un atto di fede. Eh sì. Sfido chiunque ad andare ad un concerto di un artista che si professa neoborbonico e che parla di piani per sostituire gli italiani con immigrati a basso prezzo, della ‘teoria gender’ che distrugge l’identità dei bambini, di uscire dall’euro e dall’Unione Europea, di eliminare l’art. 5 della costituzione e varare l’indipendenza per ogni regione ma con un’unica moneta, di equiparare la mafia all’Anpi, di chiedere al medico che vaccina i figli di firmare un foglio in cui si prende lui le responsabilità di eventuali danni o reazioni avverse, ecco, sfido chiunque, dopo aver sentito tutto questo, a restare con la bocca chiusa e non fare ‘ooh’ come i bambini.