La notizia è scoppiata nel weekend ma l’affare sta diventando “grosso” in questi giorni. I “soliti” Guardian e New York Times hanno pubblicato la notizia che una società privata, Cambridge Analytica, che solitamente si occupa di consulenza e marketing online, avrebbe utilizzato e venduto dei dati personali raccolti su Facebook. Questa società fu fondata nel 2013 da Robert Mercer, un imprenditore americano molto conservatore già finanziatore del sito di estrema destra Breitbart News, diretto da Steve Bannon (che è stato consigliere e stratega di Trump fino a qualche mese fa). La notizia è grossa per due motivi principali: la scarsa sicurezza dei dati sensibili presenti sui social e l’utilizzo non corretto che si può fare di questi data da parte di società terze.

I social (e Facebook più di tutti) ricevono quotidianamente milioni di dati e informazioni riguardanti le nostre vite: dove siamo, con chi, cosa ci piace, cosa pensiamo, ecc. Questi dati possono essere preziosissimi per molte società di analisi e negli anni Facebook si è dotata di policy che aiutino la salvaguardia di queste informazioni. Nel 2015 però, venne creata una app che si chiamava “thisisyourdigitallife” e che prometteva di realizzare profili psicologici basandosi sulle proprie attività online. Insomma, una classica app per “cinquantenni su Facebook”.

Per utilizzarla, gli utenti potevano usare il login di Facebook consentendo al “prelievo” dei propri dati (dando quindi un consenso informato). Solo che all’epoca era possibile prendere anche i dati dei propri amici digitali e quindi per ogni iscritto volontariamente, si univano centinaia di “involontari”. Oggi questa cosa non sarebbe più possibile ma fino allo scorso weekend sia Facebook che Cambridge Analytica, pur sapendo dell’esistenza di questo database, non hanno preso contromisure. Al momento in cui scrivo, non c’è prova che ci possa essere stato anche uno scambio di denaro per “chiudere un occhio” sulla vicenda ma si sta indagando anche in questo senso. Per Facebook è già comunque un conto salato, avendo perso molti milioni in borsa e un temporaneo calo di iscritti.

Il piatto principale però rimane l’utilizzo che si può fare e si è fatto di questi dati. Conoscendo le nostre abitudini e, di fatto, i nostri pensieri, queste compagnie realizzano del marketing mirato e su misura. In parole povere la pubblicità che vedete nei vari social o siti è molto probabilmente pubblicità di prodotti a cui voi siete interessati o dei quali potete interessarvi. Fin qua tutto normale.
Però nei social passano anche notizie più o meno vere e anche queste possono essere modulate a seconda dei nostri gusti. Non solo, possono realmente condizionare il nostro pensiero e di conseguenza le nostre azioni. E qua si entra nelle accuse più pesanti che vengono mosse a Cambridge Analytica e Facebook: aver permesso che venissero condizionate le elezioni americane e il referendum sulla Brexit.

E’ un terreno spinoso perché di fatto sappiamo che le fake news hanno avuto un forte impatto su entrambi gli avvenimenti ma al momento non c’è prova che le due aziende abbiano “aiutato” in tal senso. La posizione di Facebook in tal senso è già stata sviscerata: sicuramente non ha rimosso in tempo molte fake news, gruppi e pagine piene di bugie che hanno fatto (e in alcuni casi fanno ancora) propaganda politica. Inoltre l’algoritmo ti mostra sempre il contenuto più vicino ai tuoi gusti non dandoti possibilità di vedere anche il rovescio della medaglia. Su Cambridge Analytica le nubi sembrano ancora più oscure. Essendo legata a Steve Bannon e ad alcuni funzionari nell’est europa, si pensa che sia legata anche alle elezioni Usa e al famoso RussiaGate, magari favorendo un certo tipo di propaganda pro-Trump. Sempre tramite Bannon potrebbero aver avuto un ruolo di primo piano durante la campagna referendaria in Inghilterra a favore del “Leave”.

Non finisce qua: è di queste ore infatti, la pubblicazione di un video del canale inglese Channel 4 nel quale Alexander Nix, CEO della società di analisi, dice di aver utilizzato in passato (e di poter fornire in futuro) ragazze ucraine e metodi illegali per creare dei veri e propri “trappoloni” social e di conseguenza pilotare le elezioni di diversi paesi in Africa, Asia, Europa e America. Nei video si parla di società e identità false, agenti segreti israeliani e altro, come «offrire una vasta somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna in cambio di terreni, per esempio. Noi filmiamo tutto» e poi creare post e pagine social di “sputtanamento”. Nix ha dichiarato che i video sono “montati ad arte” e che gli fanno dire cose che lui non avrebbe detto, in una specie di pena del contrappasso di dantesca memoria: lui che ha sempre manipolato le informazioni è ora inguaiato da una informazione manipolata.

E’ giusto specificare bene che al momento manca la prova regina che possa collegare effettivamente tutti i puntini. Ci sono tanti indizi, storie che combaciano ma nessun documento o intercettazione che possa provare con certezza tutte le teorie. Nei prossimi giorni vedremo gli sviluppi. Per il momento c’è molto clamore ma anche pochissime proposte per regolamentare in maniera efficace la questione delle news online e il rapporto tra social e corretta informazione.

Quel che è certo è che avvenimenti come questo servono sempre a tenere alto il livello di guardia contro possibili sfruttamenti di dati e, allo stesso tempo, per provare a mettere in guardia gli utenti da cosa pubblicano e condividono.