«Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin. L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio». Queste le parole di un giovane ventunenne di Torino, un ‘Neet’, apparse su La Stampa.

Dietro alle parole, ai numeri, alle indagini economiche, alle statistiche, alle classifiche e alle ideologie distorte come può essere l’odierna meritocrazia c’è un mondo che si potrebbe chiamare realismo, riferendosi sempre retoricamente all’arte.

Quel sistema di dati descritto poc’anzi, di per sé, nell’attuale idea di società e di economia, rappresenta il nodo centrale di tutte le reti sociali odierne, da cui nascono e si chiudono tutte le opportunità individuali e di classe, perché sì, le classi sociali esistono ancora: Sono cambiate nella dimensione, nella forma e nella composizione, ma sono sempre loro, sempre maggiormente estese verso l’alto, poiché oramai gli strati inferiori sono stati già divorati, e sempre di più questa egemonia del capitale si amplierà amplificando, a sua volta, le disparità economiche.

Quel centro, generalmente, appartiene nei luoghi fisici al centro delle grandi città o alle grandi regioni ad alto potenziale di investimento, fuori da questa geografia dei nodi, vi è un’enorme periferia, estesa a tutti i livelli di riflessioni e di astrazione che la politica, ma non l’indagine sperimentale, ha dimenticato nelle sue moderne ideologie, o di quello che rimane del pensiero politico.

Ernesto, questo ragazzo, ha avuto la colpa, a quattordici anni, di scegliere di inseguire il suo sogno educativo: Di inseguire la sua volontà di applicarsi nello studio del design. Ha scelto una scuola di periferia, vive nella periferia e cerca di sopravvivere ai fenomeni del mondo centrale, inseguendo i comportamenti dei grandi centri, sempre dalla periferia a debita distanza geografica ed economica.

La politica – le cui classi dirigenti sono composte spesse volte da fortunati figli delle famiglie del centro, che non hanno colpe o meriti, se non quelle di mostrarsi il più delle volte lontani da ogni realtà fisica discettando comunque di ogni tema che difficilmente provano sulla propria pelle, pontificando sulle soluzioni e sulle modalità con cui si dovrebbe vivere – ha dimenticato di dare una risposta a questa richiesta di interessamento, spesso una richiesta soffusa, flebile e difficilmente avvicinabile, lasciando che rancori, invidie, errate pianificazioni o scelte strategiche di policy orientassero questo mondo verso un costrutto di rabbia che, sapienti animatori di pancia prestati alla politica hanno saputo capitalizzare in esclusiva chiave di consenso elettorale.

In tutto questo, quella stessa politica, questa volta di sinistra, con le sue classi dirigenti collezionate ovunque meno che in incubatori di competenze, ha perso ogni sua identità socialista e progressista-classista, favorendo e inseguendo, dagli anni ottanta in poi, le logiche neoliberiste dove tutto è un derivato parossistico dei sostantivi come “merito”, “crescita”, “formazione” e “opportunità”.

Una scelta di pianificazione che si è soprattutto riversata sulla costruzione della scuola del futuro, dove a contare, sempre di più, sono le disparità economiche e i relativi background famigliari che percorsi educativi e pedagogici omogenei.
Una scelta che poi, a livello geografico, ha trovato il suo culmine nella plasmazione dei luoghi fisici in cui le società vivono, ossia le città: Sempre di più orientate alla gentrificazione, con le masse spinte lontane dai centri, resi spesso inaccessibili, e ammassate in non-luoghi che non possano intaccare un sistema di immagini sapientemente costruito dalla comunicazione. Le città, ancora oggi, sono la migliore rappresentazione delle società stesse che ospitano, non è casuale, per quanto il giornalista lo abbia ricercato, che Ernesto, giovane Neet ventunenne, sia de le Vallette, estrema periferia di Torino Nord.

Francamente, in tutto questo, sono stufo di vedere e sentire i soliti anziani della politica o i soliti giovani desiderosi di attenzioni social alla ricerca di like o arrivisti che discettano di lavoro e di soluzioni sulle vite altrui, quando delle periferie o della necessità di accettare i compromessi della vita dopo anni di impegno o di studio non hanno idea di cosa significhi, cosa significhi quel macigno che si scaglia addosso a normali persone che hanno provato a salire sugli ascensori sociali e si sono ritrovati ad accettare stage a seicento euro mensili senza futuro pur di sopravvivere, perché appunto, questa gente di sopravvivenza non sa quasi nulla, e in fondo, con la totale perdita di identità che abbiamo a sinistra, un po’ lo capisco che i giovani in massa votino per il M5S, perché li rappresenta appieno, anche nell’immagine, soprattutto di riscatto.