Immuni, al centro di tutte le conversazioni del momento. L’antivirus per eccellenza. L’app pronta a sconfiggere il virus in mezzo alle polemiche. Se non sapete di cosa stia parlando, facciamo un passo indietro.

Immuni è l’app, in arrivo per dispositivi iOS e Android e sviluppata dalla milanese Bending Spoons, scelta dal Governo come app italiana per il tracciamento dei propri contatti con possibili positivi al virus. Ovvero, in parole povere, sarà un’app che ci permetterà di sapere se stiamo stati a contatto con persone che successivamente si sono rivelate essere positive al Coronavirus, dandoci così la possibilità di agire di conseguenza.

Non mi soffermerò su tutti gli aspetti di questa faccenda, perché alcuni di essi sono ancora poco chiari e difficili da comprendere. Per esempio: una volta ricevuta la notifica di un possibile contatto con un contagiato sarà automatico il tampone? Si dovrà procedere all’isolamento volontario? Questioni fumose e ancora non chiarite dal Governo.

Ci sono però aspetti interessanti che riguardano l’app stessa. Innanzitutto: serve a qualcosa? In aiuto ci può venire l’esempio della Corea del Sud e di Taiwan. Questi due Paesi, infatti, non hanno mai dichiarato un vero e proprio lockdown alla maniera italiana o cinese: fin da subito hanno deciso di applicare il distanziamento sociale e di fare largo uso della tecnologia. Tra app di tracciamento obbligatorie e altri mezzi ai limiti di ciò che il diritto alla privacy dei cittadini consentirebbe, questi Paesi sono riusciti ad ottenere l’una e l’altra cosa: pochi contagi ed economia che ha scampato il collasso. Certo, non è stato solo questo: anche la precedenza esperienza con la Sars nel 2003 e l’obbligo tempestivo di mascherine per tutti hanno aiutato. E diciamolo chiaramente: l’esempio è un po’ al limite, perché il diritto alla privacy è stato un po’ aggirato per fare questo. Non solo l’app di tracciamento, il governo ha fatto uso anche dei dati GPS dei cellulari, dei dati delle telecamere a circuito chiuso, ha fornito telefoni a chi non li aveva, etc. Hai tenuto il telefono spento per più di un quarto d’ora? Stai pur certo che verrà qualcuno a bussare alla tua porta per sapere dove sei stato. Sei positivo? Ecco l’elenco di chi hai incontrato nelle ultime due settimane, dove e per quanto tempo.

Però, al di là di questi dettagli al limite della distopia, l’esempio ci dice che se la maggior parte della popolazione fa uso di sistemi di tracciamento, il virus può essere combattuto efficacemente. Magari non con gli stessi esiti di un dispiegamento di forze impressionante come quello visto in Estremo Oriente, ma si possono comunque ottenere buoni risultati.

Ci sono dei requisiti però: innanzitutto bisogna adottare un’app e renderla obbligatoria per tutti. Certo, bisognerebbe magari dispensare chi non ha un telefono compatibile, o chi non ha la possibilità di adeguarsi, ed effettivamente sarebbe una cosa molto difficile da realizzare a livello di legislazione, ma dobbiamo metterci in testa che non si può fare affidamento solo sulla volontà dei cittadini a collaborare. Ci viene in aiuto l’esempio di Singapore, che pur avendo avuto la stessa rapidità di risposta della Corea del Sud e di Taiwan, non ha ottenuto gli stessi risultati, sia perché i contatti con l’estero sono stati chiusi molto più tardi (i primi positivi si sono poi rivelati essere tutti cittadini stranieri), sia perché, e qui è la parte che ci interessa, il sistema di tracciamento non è stato altrettanto efficace. Non solo non sono stati usati i dati di localizzazione dei telefoni, ma è stata rilasciata un’app che possiamo per sommi capi considerare simile alla nostra Immuni, il cui download era ed è però facoltativo. Il risultato è che solo il 20% della popolazione utilizza effettivamente quest’app: facendo un rapido calcolo c’è solo il 20%*20% = 4% di probabilità che due persone a caso abbiano entrambe l’app e che quindi riescano a registrare effettivamente il loro incontro. Un’app facoltativa con un utilizzo su base volontaria (che è poi quello che succederà, perché è ciò che l’Unione europea ha dato come direttiva) sarà utile fino a un certo punto, purtroppo.

Ma i problemi sono appena cominciati. Perché trattandosi di un’app che si troverà a maneggiare i nostri dati personali, c’è da stare attenti. E proprio per questo sono nate due correnti di pensiero parallele, che propongono di gestirli in maniere totalmente differenti e con varie implicazioni sulla privacy degli utenti. Ne parleremo in dettaglio nella seconda parte.

di Alessio Mason