Di immagini che in questo periodo drammatico hanno avuto l’effetto di un pugno dello stomaco ce ne sono molte. Quella che penso mi rimarrà a lungo dentro non è proprio una di quelle che si possono definire simboliche, da mettere sui libri di storia.

Partiamo dal contesto. Durante il lockdown ho sempre lavorato, quindi ogni giorno ho preso la macchina per recarmi in redazione, a Torino. E come spesso mi è capitato nella vita ‘normale’, mi è capitato anche in queste settimane di uscire tardi, poco prima di mezzanotte, per rientrare a casa.

Ci trovavamo in uno dei momenti più bui di questa emergenza. Fine marzo, quando in Italia si contavano 900 morti al giorno, le terapie intensive esplodevano, i contagi aumentavano a dismisura, il livello di allarme ai massimi livelli. Insomma, si era ben lontani dall’intravedere anche solo uno sipraglio di luce in fondo al tunnel.

Tutto il mondo, anziché fuori, era dentro. La gente chiusa (fortunatamente) in casa, le flebili luci negli appartamenti dei palazzi, le bandiere sbiadite dell’Italia appese al balcone. Serrande di bar negozi giù, strade e stradoni deserti, semafori che lampeggiavano per nessuno. Un silenzio tombale, un venticello che trasportava inquietudine, il buio della sera come freddo involucro.

Finito il turno, ero salito in auto per tornare a casa. Il mio era l’unico mezzo di trasporto che girava in tutto quel vuoto.
In quei giorni, ero posseduto da un tale livello di cupezza che nemmeno accendevo l’autoradio durante il tragitto verso casa. Non so perché. Guidavo per 20-30 minuti in silenzio, in mezzo al silenzio, gravato da un peso allo stomaco. Mi sentivo come sospeso, come all’interno di in una bolla isolata dallo spazio e dal tempo.

E in questo contesto surreale e a tratti ipnotico, fermo a un semaforo, ecco l’immagine che a lungo mi porterò dentro.
Un autobus della Gtt, un classico autobus della Gtt, di quelli che fino a quattro mesi fa i torinesi riempivano tutti i giorni che Dio manda in terra fino all’orlo, in piedi come sardine in scatola, spintonandosi, infilando gomiti negli occhi degli altri, alitando addosso ai vicini, bestemmiando contro chiunque entrasse.

L’autobus era vuoto. Solo l’autista con la mascherina. Anzi no: nelle file in fondo, ospitava un passeggero. Uno solo, che fissava fuori dal finestrino.

La rappresentazione massima della solitudine, in mezzo alla più completa solitudine. E oplà, in pochi secondi quell’immagine mi si era fiondata dentro, senza chiedermi spiegazioni.

In attesa del verde, ho immaginato rapidamente quali fossero i pensieri dei due. Se provassero stanchezza per la fine della giornata, o paura, o fiducia, o speranza, o straniamento, o indifferenza, o rabbia, insomma tutta la gamma di sensazioni che in questi giorni che non dimenticheremo, tutti noi abbiamo provato almeno una volta.

In quei pochi minuti intorno alla mezzanotte di un venerdì che mai avremmo immaginato di vivere, io, l’autista e il passeggero eravamo come gli ultimi uomini sulla Terra. Gli unici abitanti di un mondo che, in quei giorni dal respiro apocalittico, ci era sfuggito di mano, che non stavamo più capendo.

O che, forse, non avevamo mai capito, o voluto capire.