Riflettere su quale immagine mi tormenterà più a lungo quando potremo finalmente mettere la parola “fine” a questa vita divisa in “fasi” non è stato facile, ma alla fine mi è apparsa nella mente come un flash: uno degli ultimi giorni prima che l’Italia intera diventasse zona rossa, entrando così nel lockdown appena concluso, mentre tornavo a casa da lavoro mi sono fermata in un supermercato per acquistare una bottiglia di vino, che ho poi posato in mezzo a quelle che mio padre tiene in cantina.

L’ho poggiata sullo scaffale pregustando già la serata del weekend successivo in cui l’avrei stappata con i miei amici. Chi l’avrebbe mai detto che, invece, l’avrei posata lì per un lasso di tempo indeterminato, abbastanza lungo da rimuovere questa immagine dalla mia mente fino a quando non mi sono posta questa domanda?

Non me ne vogliate se ho scelto questa immagine forse un po’ banale e superficiale. Le immagini delle strade deserte, delle piazze vuote, delle nostre città generalmente chiassose diventante improvvisamente silenziose hanno colpito ovviamente anche me, come un pugno allo stomaco in alcuni casi, e le ricorderò davvero a lungo con un brivido alla schiena (e questo, da una parte, mi spaventa, perché vorrei poter dimenticare tutti i traumi causati da questo momento storico). Ma se ho scelto l’immagine di quella bottiglia di vino come “immagine chiave” di questa quarantena non è per faciloneria o perché l’unico mio pensiero, l’unico mio desiderio è quello di tornare a bere e far serata con i miei amici più cari.

Se ho scelto questa immagine, è perché per me è diventata un simbolo. Il simbolo di tutto ciò che, improvvisamente, è rimasto in sospeso, senza neanche darci il tempo di renderci conto che, da un giorno all’altro, non saremmo più potuti tornare nel nostro ufficio, dove magari abbiamo lasciato qualche documento importante e che è ancora lì ad aspettarci sulla scrivania impolverata, che quella sarebbe stata l’ultima sera passata nel nostro locale preferito a ridere e scherzare e che, quindi, non avremmo più rivisto il nostro barista di fiducia che non abbiamo nemmeno salutato a dovere e al quale – col senno di poi – avremmo dato un abbraccio.di conforto e supporto per l’imminente situazione di crisi che, di lì a poco, avrebbe colpito la sua attività.

Il simbolo di tutte quelle occasioni perse in cui avremmo potuto affrontare un discorso importante che ci premeva fare con qualcuno, ma che abbiamo rimandato senza sapere che quella persona, da lì a poco, avremmo potuto sentirla solo tramite uno schermo, andando così a perdere nettamente la qualità della comunicazione e finendo per non affrontare più quel discorso o per porlo male, senza la dovuta efficacia comunicativa.

Quella bottiglia di vino, che è ancora lì che aspetta di essere stappata per festeggiare gli avvenimenti per i quali era stata acquistata – l’inizio di una relazione importante per qualche amico, un successo lavorativo, la prenotazione di un viaggio dopo tanto tempo, un esame universitario superato da un’amica a pieni voti – è il simbolo di uno stand-by in cui obbligatoriamente siamo stati rinchiusi per due mesi e in cui, in parte, siamo ancora dentro come in un loop che pare non finire mai, è il simbolo di una brusca interruzione delle nostre vite messe in pausa, volenti o nolenti, che spero ci abbia resi tutti un po’ più consapevoli di quanto sia importante “cogliere l’attimo” e non rimandare più azioni e progetti solo per timori e paure e, soprattutto, di quanto sia importante vivere momento per momento per goderselo al meglio, senza pensare troppo a cosa ci riserverà il domani.

Perché l’ultima volta che abbiamo detto “Stasera non ho voglia, lo faccio tra un paio di giorni” non abbiamo poi potuto farlo per due mesi, senza sapere che quel “domani” ci avrebbe riservato una crisi sanitaria mondiale.