Questa mattina, in qualità di consigliere comunale, ho partecipato ad una delle molte attività straordinarie di cui l’amministrazione si deve far carico in questo periodo assurdo: organizzare, ad esempio, una spedizione al cimitero cittadino per innaffiare i vasi delle tombe. Piante e fiori che prima erano sapientemente, e pazientemente, bagnati dai parenti e amici dei defunti ma che adesso sono abbandonati a loro stessi. Stanno appassendo e trovo amaramente ironico che tocchi a me, occasionale frequentatore, occuparmi di ciò.

Alzo la mascherina al livello del naso, indosso i guanti di lattice, saluto i miei compagni di spedizione e mi dirigo verso il deposito del cimitero dove ritiro i miei due innaffiatoi. Mi viene assegnato l’angolo est che, a detta di chi ci dirige, per il momento è mal messo ma di sicuro meno del lato sud.

Nel tentare di salvare il salvabile, provo ad assumere l’andatura sapiente, e paziente, di chi in genere si dedica a questa attività. La maggior parte sono anziani e pensionati che, immagino, vengono spesso al cimitero per salutare qualcuno di caro e anche per passare del tempoin compagnia, come facevano un tempo. Senza retorica e senza restrizioni di forma. Me lo immagino Giuseppe che bagna la pianta del compagno di mille partite di bocce, rinfacciandogli ancora quel punto dubbio che Antonio si accaparrò. E mi immagino anche Maria che sistema il mazzo del marito, notando come sia in vita che da morto, sia sempre arruffato.

Perdendomi in questi pensieri, non riesco a fermare la mia mente che sprofonda in un’osservazione: attorno a me vedo centinaia di tombe, un tempo curate e abbellite dai colori sgargianti di fiori ignari della sacralità del luogo, e che adesso sembra più spettrale di un tempo. Il giallo dei fiori è diventato marrone, il fiero innalzarsi di rami si è trasformato in un mesto inchinarsi, i pavimenti limpidi delle tombe di famiglia adesso sono polverosi. E in un attimo mi accorgo di quanto il cimitero, senza la mano degli anziani, sia diventato in poco tempo un luogo desolato e freddo, dove la gente viene messa lì e salutata una volta all’anno. Fiori di plastica per fingere un po’ di vita e una donazione, all’uscita del cimitero, per sentirsi un po’ migliori.

In questo irrecuperabile rotolio, mi vengono in mente i dati dei decessi da COVID-19 e le rassicurazioni che ci vengono date. Con parole più o meno edulcorate, l’unica tesi che sembra calmarci un po’ è: tanto muoiono solo i vecchi.

Già, quindi è possibile che anche alla fine di questo famigerato lock-down nessuno verrà a bagnare questi fiori. Il cimitero appassirà definitivamente.

Ma quanti sono i luoghi del mondo che questi “vecchi” rendono più colorati? A quanti vasi di vita provvedono loro ogni giorno innaffiandoli e potandoli? Quanti sono i rubinetti guasti che loro segnalano ai manutentori? Quanti di loro si ricordano perfettamente dov’è sepolta quella parte di storia?

Tutto questo per dire cosa? Per dire che la morìa di gente anziana è una tragedia che ci lascerà orfani. Orfani di una generazione che ha vissuto la guerra, che andava dagli zii nelle Langhe in carrozza, che vedeva in una macchina da scrivere Olivetti il futuro inimmaginabile. Tutto questo per dire che “tanto muoiono solo i vecchi” è proprio una frase stronza e i meme sul presidente dell’Inps che brinda fanno ridere, ma devono anche far riflettere.

Sta morendo il Novecento, per lo meno la fetta che ci fanno studiare a scuola. Sta morendo nel silenzio di un funerale che non può essere celebrato e nel sollievo di chi pensa che fosse solo un peso.

Ci accorgeremo, però, che dei fiori non saranno più bagnati e troveremo amaramente ironico che tocchi a noi, occasionali frequentatori, occuparci di ciò.