Il coronavirus fino a qualche settimana fa ci sembrava qualcosa di lontano di cui si leggeva giusto tra la home oppure i titoli della TV che, in sottofondo, accompagna quei strani momenti prima di decidere se mangiare, guardare una serie o dedicarsi ad altro.

Oggi, invece, l’Europa è il suo epicentro, e il peggio ancora sembra lontano. Non per l’Italia che, nonostante le mille critiche esterofile, sta affrontando seriamente la pandemia, ma per il resto delle grandi economie europee: Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

Questo microrganismo è riuscito a mostrare che siamo fragili, soli, individualisti e abbiamo al contempo paura della solitudine.

Fragili perché come Stati e come nazioni, chiusi nelle nostre false sicurezze, abbiamo mostrato come i sentimenti di comunità e socialità valgano finché la forza della stabilità e della ricchezza sono presenti, e facendoci dimenticare che al di fuori di esse esista un mondo di pericoli che solo un socialismo può combattere.

Soli perché chiusi nei nostri confini, nel nostro nazionalismo e nelle nostre parole di una politica sempre più vuota e carica di odio abbiamo respinto gli ultimi e allontanato i vicini.
Individualisti perché di fronte alla pandemia abbiamo trasformato in “ultimo” anche il nostro vicino e bloccato gli aiuti pur di salvare nessuno fuorché noi stessi; il risultato è stato scoprire che anche gli italiani possono essere gli ultimi di qualcun altro, dell’Europa.

Paura della solitudine perché di fronte al pericolo imminente, dopo la negazione, si è ricorsi all’incoerenza: dall’adottare parzialmente le misure degli “untori” al trovare alleati anche in quelle nazioni allontanate dai grandi tavoli della politica internazionale pur di rimanere nel “gruppo dei popolari”, come Cuba, Venezuela e Cina. Accettiamo il loro aiuto senza remore e in coscienza che domani torneremo a escluderli, come si sta facendo con l’Iran, dove la gente muore, ridotta allo stremo, ma non si apre l’embargo per paura che il bullo di turno ci escluda, ossia gli USA.

Come nelle normali dinamiche tra individui abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa o qualcuno pur di non doverci affrontare, affinché così non si rimanga mai soli e ci si leghi più per dovere che volontà a qualcosa. Non è solo l’Italia, ma l’intera élite europea germanica, francese e inglese a essere così.

Abbiamo tutti passato anni a respingere navi e vittime di un sistema marcio come il capitalismo odierno per ritrovarci chi ultimo, chi solo e chi entrambi. Una condizione che come Italia abbiamo sofferto sino al “giro di boa” della scorsa settimana, in cui tra una “gaffe” della presidente della BCE, l’OMS che dichiara il covid-19 “pandemia”, il cambio di rotta sulle politiche da adottare di Francia e Germania, un Regno Unito che fondamentale afferma “prendete atto che moriranno molti di voi” – e no, non è Troisi – si sono evidenziati alcuni fatti.
Si è cristallizzata tutta la fragilità, l’ipocrisia, la corruzione etica del sistema capitalista nonché l’impossibilità di iperonimia dei parametri economici sulle raison d’état e sull’humana pietas.

Si sono mostrati tutti i limiti e la volontà di darwinismo sociale che mira a cancellare gli ultimi, distruggere i contatti umani, sfruttare l’ambiente senza prospettive future per il favore del capitale. È stato un organismo microscopico a rivelare tutte le contraddizioni di un Occidente che sembrava non temere minacce esterne, arroccato nelle sue false sicurezze e farci, forse, pensare a un mondo migliore, più solidale. Più umano.