“E, ci fosse lo zio Benito, vedi come la risolveva…”. Anche in queste settimane, immancabile, sui social è rispuntata la nostalgia di molti italiani per Lui, ormai un evergreen.

E quindi: se davvero l’emergenza fosse stata gestita da un sistema autoritario, qui in Italia, come sarebbe oggi? Non si parla di quell’autoritarismo a fasi alterne invocato da Meloni e Salvini, che più che grattare sul fondo del barile del populismo non sanno fare, ma di quello reale che non limita le libertà, ma le annichilisce.

Una risposta a questa domanda potrebbe arrivare da quattro differenti nazioni: Corea del Nord, Brasile, Filippine e Ungheria.

Nel primo caso la risposta è facile: il coronavirus non esiste e ovviamente non se ne parla. La popolazione da oltre cinquant’anni è imbrigliata da una stampa di regime che ha eliminato ogni possibilità di replica e dibattito. La scienza qui non trova spazio, e le poche notizie fornite arrivano direttamente dagli uffici della censura. Le libertà civili, individuali, sociali ed economiche sono inesistenti, in sostanza i nordcoreani vivono un mondo parallelo lontano da ogni realtà globale.

Nel secondo caso, la popolazione vive ancora in una sorta di repubblica fortemente imperfetta, in cui le autorità negano il coronavirus e affermano che si tratti di “semplice influenza”. Con l’elezione di Bolsonaro sono state limitate alcune libertà civili, individuali e in parte repressa la libertà di stampa. Ovviamente non c’è nessuna tutela per la salute della popolazione poiché si sta dando precedenza esclusivamente all’economia. Insomma, chi dovrebbe proteggere la nazione, preferisce mettere sul tavolo economico qualche migliaia di morti pur di salvare il sistema capitalistico nazionale. Un po’ come quella citazione del Duce che affermò che per sedersi al tavolo di pace serviva qualche migliaia di morti. Ovviamente basterà continuare a negare l’emergenza sanitaria e falsificare i dati. In Brasile si rischia il colpo di stato visto che tra il presidente e il suo ministro della salute non corre buon sangue.

Nelle Filippine, invece, con la giustificazione della guerra ai trafficanti di droga, Duterte, presidente eletto senza una piena garanzia democratica e da oramai quasi quindici anni al governo, dopo una fase di negazione, anche scientifica, considerato il pericolo, è passato alla repressione e al lockdown. Qui però, gli strumenti di controllo sono quelli tipici degli ultimi cinque anni di Maduro: la violenza di stato. Libertà individuali azzerate e controlli estesi a tutta la popolazione. L’occasione perfetta per terminare un processo di autoritarismo.

In Ungheria, nel pieno cuore dell’Unione Europa, uno stato di piccole dimensioni che da quasi venti anni sostiene con elezioni poco democratiche e poco libere, ma molto corrotte, Orban, si ritrova oggi a perdere anche le ultime forme di democrazia. Il Parlamento, controllato da Fidesz, il partito di Orban, ha approvato la piena cessione dei poteri al suo presidente che ora potrà governare per decreti senza passare dal parlamento. Qui il coronavirus è servito da strumento per terminare il processo autoritario che era in corso da circa dieci anni. Tra i primi decreti quello dell’impossibilità di cambiare sesso e della mancanza di riconoscimento per i transgender. Sicuramente un modo utile per combattere il covid-19.

Tutto questo per contestualizzare, con molta sintesi, come potrebbe essere una distopica Italia fascista, in cui l’erede del Duce, non la Mussolini, potrebbe ritrovarsi ad agire. Molto probabilmente non saremmo uno stato membro dell’Ue e nemmeno la settima economia mondiale, ma saremmo, molto più poveri, stabili e inseriti nel quadro della Nato, ma senza Euro e senza Europa, e di fronte a questa emergenza ci ritroveremo soli, tra Usa, Cina e Russia.

A livello di politica internazionale potremmo essere come adesso, ma privi di capacità di leva politica a causa della nostra “piccolezza”. Per un regime che delle dimensioni ne faceva un mantra sarebbe un problema serio. Allo stesso modo, dopo il 2011 e la Primavera Araba, il nostro paese, forse, sarebbe potuto rimanere coinvolto nelle varie proteste con una possibilità di una seconda guerra civile: il Covid-19 sarebbe potuto essere il problema minore e avrebbe potuto fare sicuramente più vittime. Allo stesso modo saremmo costretti, magari da tempo, a rimanere nelle nostre dimore senza possibilità di uscita. In questi angusti spazi privati, saremmo senza un libero accesso a internet, con social dimezzati, senza trash e senza notizie, se non quelle dell’istituto Luce.

Anche Netflix potrebbe essere un miraggio. Fare la spesa avrebbe un rito diverso, poca scelta e cibo probabilmente razionato, i nostri nonni o bisnonni qualcosa potrebbero raccontarci. Anche scegliere, insomma, sarebbe una lontana chimera. Ovviamente anche le libertà individuali, civili, sociali di stampa e di iniziativa economica sarebbero minori se non nulle.

Insomma, a coloro che oggi in un’Italia democratica, su un social di libero e pieno accesso è permesso esprimere la propria idolatria per i fasti autoritari del fascismo e per la sua cultura, senza incorrere né in manganelli e né in olio di ricino, farebbe bene provare a immaginare come potrebbe essere un’Italia davvero fascista. Potrebbero rendersi conto che dire certe stronzate non troverebbe affatto spazio, magari giusto quello di un manganello in testa.

Forse, nel mese della ricorrenza della liberazione, è bene ricordarci i valori della nostra democrazia tanto vituperata e della nostra carta costituzionale che ci permettono di non essere obbligato con la violenza a rimanere in casa, ma con le autorità che possono solo invitarci a farlo, nella tutela dell’interesse pubblico. Una differenza da giuristi e sottile, ma fondamentale tra la libertà e la repressione.