di Ludovica Rossi

Il compleanno è sempre una buona occasione per rivolgere il proprio pensiero alla persona festeggiata, esprimerle un augurio, che magari metta in luce ciò che di bello la contraddistingue e rende speciale. Questo anche e, anzi, ancora di più, nel caso in cui la persona festeggiata fosse una signora novantenne, testimone, con la sua storia, della Storia; illustre per i suoi altissimi meriti in campo sociale e per questo insignita, da ormai due anni, del titolo onorifico di senatrice a vita.

Ricordare Liliana Segre oggi, nel giorno in cui scocca il suo novantesimo anno di vita, è il dono che, per quanto misero e insignificante, da cittadina italiana civilmente e umanamente responsabile, mi sento di rivolgerle. La commemorazione del suo personale vissuto e dell’impegno da lei profuso per la lotta all’oblio e all’antisemitismo sorge in me, soprattutto alla luce dei tragici, recenti episodi di violenza razzista, come una sorta di imperativo morale. Un esile tributo volto ad alleviare la paura e lo sconforto di una donna che quotidianamente investe le proprie energie nella sensibilizzazione degli italiani contro odio e indifferenza e che, come risposta, viene travolta dal «naufragio della nostra civiltà», dalla «barbarie assoluta», dalla «sconfitta personale» (parole che lei stessa usa per definire la tragica uccisione di Willy Monteiro).

Per questo oggi è con infinita stima e gratitudine che scelgo di dedicare parte del mio tempo ad ascoltare parole tratte da sue interviste e conferenze, ad apprendere qualcosa in più circa la sua esperienza, a forzarmi di immaginare che effetto abbia potuto suscitare, su una bambina di otto anni, il sentirsi dichiarare bandita improvvisamente dalla propria scuola. Chissà come suona perentoria e minacciosa, a quell’età, la parola “espulsa”; quante domande può far insorgere nell’animo innocente di un bambino, “colpevole” unicamente di essere nato ebreo, circa la propria innata inadeguatezza e intrinseca colpevolezza.

Per questo oggi mi sforzo di pensare me stessa intrappolata in uno di quegli incubi in cui ci si sente sprofondare senza possibilità di reazione, totalmente amorfi e paralizzati, senza però il risarcimento successivo del sollievo provato nel constatare che si trattava semplicemente di un sogno. Auschwitz era un incubo da cui non ci si risveglia, ma che si rigenerava inesorabilmente ad ogni battito di ciglia: «da Auschwitz si esce solo morendo, ma finché si vive non si esce da Auschwitz».
Liliana Segre è paladina di una battaglia che vede schierati come principali avversari la dimenticanza e la fobia della diversità. La sua arma è il ricordo; lei ricorda tutto del proprio passato: odori, colori, identità numeriche, volti di vittime e volti di carnefici, soldati alleati, sigarette e frutta secca lanciati loro dopo la liberazione: «La prima albicocca che mi buttarono e che io, con fatica, raccolsi ho sempre detto che era stato il sapore della libertà». I suoi alleati sono la costituzione, intesa come base della legalità e della vita civile italiana, e la scuola, come luogo in cui combattere le pulsioni negative e riporre la speranza in insegnanti che sappiano fare del proprio mestiere una missione. La missione di formare nuovi, consapevoli, cittadini.

Per questo oggi credo che le parole di questa donna siano insignite di una pregnanza e di una potenza indicibili: un invito a credere nei ragazzi, nei loro occhi vigili e nei loro cervelli attenti; a investire nelle nuove generazioni, nelle risorse della scuola e della cultura.

Concludo riportando un desiderio espresso da Liliana durante uno dei suoi numerosi interventi: «Il mio sogno parte da lontanissimo, da quando sono stata espulsa dalla scuola, perché prima non capivo. E quella è stata una ferita inguaribile. Mi farebbe piacere, prima di morire, guarire da quella ferita. Anche se non so se sarà possibile». Ed è questo augurio che le rivolgo oggi e che rivolgo al nostro Paese affinché glielo permetta: di poter guarire da questa ferita.