Ci vuole molto coraggio.

In questi primi giorni dalla nascita del “Governo del cambiamento” altro non si legge -sui social in special modo- che la solita vecchia minestra, il nemico numero uno, causa assoluta del male del mondo: l’immigrato.

Mi è capitato, vagando annoiata da commenti vuoti, tipo “le chiacchiere stanno a zero” (eh?), “se li prendessero in casa loro” (perché? Fino ad oggi stavano nella tua stanza degli ospiti?), di incontrarne uno particolarmente curioso. Una signora manifestava il proprio dubbio circa il motivo per cui la maggior parte degli immigrati africani sbarcati sulle coste italiane sia di giovane età -tra i 18 e i 30 anni, insomma- e dotato di una buona forma fisica. Ipotizzava fossero inseriti in un business di imprenditori italiani che organizzerebbero il loro arrivo per poterli pagare a basso costo la loro manodopera. Insomma: KOMPLOTTO!1!

Signora mia, non me la sento di raccontarle l’orrore che queste persone sono costrette a vivere, i viaggi spesso al limite dell’immaginabile fatti da uno Stato all’altro per raggiungere la Libia. E non me la sento nemmeno di proseguire nel racconto di ciò che la Libia offre loro, perché mi prenderebbe probabilmente per pazza se utilizzassi il termine “campo di concentramento” per avvicinarmi quanto più possibile a quello che significa la prigionia assolutamente ingiustificata alla quale queste persone sono costrette.
Mi etichetterebbe come “buonista”, termine del quale ancora ignoro il senso, in una società già sufficientemente infame da averci spinto fino a questo punto.

Mi limiterò a fare alcune piccole considerazioni:

– la maggior parte dei migranti è di sesso maschile: vero. Spesso sono padri di famiglia o figli primogeniti: persone sulle quali poggia la responsabilità del nucleo familiare, spesso numeroso e con poche risorse. Per quale ragione a lasciare “il nido” dovrebbe essere la madre o una figlia? Suvvia, siamo una società sufficientemente maschilista, non pretenda la parità dei sessi proprio ora.

– sono relativamente giovani: certo. Lei se lo immagina un’ottantenne compiere un viaggio nascosto nel bagagliaio di un auto assieme ad altri tre? Sì e no durerebbe dieci minuti.

– sono in salute: falso, o per lo meno non tutti. Arrivano da viaggi fatti di privazioni. Spesso, giorni prima di salire sui gommoni o sulle barche della speranza, viene imposto ai “fortunati passeggeri” di non mangiare, per essere così “più leggeri” durante il viaggio. Nelle condizioni di scarsa igiene che viaggi del genere impongono è facilissimo ammalarsi delle peggiori malattie. Per non parlare di chi riporta ferite di ogni genere: cicatrici, denti rotti, ossa spezzate. Insomma, non stiamo parlando esattamente di una vacanza Costa Crociere.

– vengono qui per poter essere sfruttati dalle lobby: ma signora mia, la prego, mi dica chi per anni cercherebbe di attraversare l’Africa, subire terribili torture in Libia, attraversare il Mar Mediterraneo senza avere la certezza di uscirne vivo, per lavorare a 3€ all’ora senza uno straccio di contratto a condizioni spaventose. Nessuna persona dotata di un minimo di senno.

– vengono usati come manovalanza a basso costo: vero. L’impiego di stranieri, spesso non regolarizzati con contratti di lavoro, fa gola a moltissimi imprenditori. Ma di chi è la colpa? Dell’africano che, pur di ottenere una goccia di futuro, lavora 15 ore giorno sottopagato, o dell’imprenditore italiano che, consapevole di frodare la sua amata patria, non concede un contratto di lavoro adeguato? Si interroghi, signora mia, è facile.

Ci vuole molto coraggio a guardare sempre il dito e mai la luna. A pensare che il male si annidi sempre lontano, e mai dentro di noi.

Ci vuole molto coraggio a parlare dell’immigrazione come un problema di cui siamo vittime, e non di un’onda sulla quale da bravi surfisti stiamo cavalcando, per sfruttarne il lavoro sottopagato e spesso non dichiarato, o per ottenere consensi elettorali, tanti abbastanza da regalare oggi una spaventosa maggioranza in Parlamento.

Ci vuole davvero molto coraggio.