Il sesto episodio della terza stagione di Gomorra, andato ieri in onda su Sky, non è certamente il più violento della serie. Eppure, per certi aspetti, è uno dei più crudi e drammatici di sempre. L’equivalente di un cazzotto, bello dritto sul muso.

Le peripezie dei soliti Ciro e Gennaro, per una volta, rischiano di passare in secondo piano. Il vero protagonista dell’episodio è un personaggio mai incontrato in precedenza: Lucio Calori, un uomo di quelli che potremmo definire come molti altri. Disoccupato, e con moglie e figlio disabile da mantenere, Lucio è il simbolo dei tanti ‘invisibili’ resi disperati dalla crisi e costretti a scendere a patti con i camorristi che, dietro una somma di 15mila euro, gli garantiscono quello che lo Stato non è in grado di dargli: un lavoro. L’uomo mostra evidente disagio nel dover accettare, ma non può fare altro che mettere da parte l’orgoglio. Il resto della vicenda di Lucio non lo sveliamo. Diciamo solo che l’uomo diventerà parte del ‘sistema’ messo in piedi dal nostro Genny, che con modi – ovviamente – poco leciti sta acquisendo molte aziende in difficoltà, fa assumere persone disoccupate e, quindi, può fornire un formidabile serbatoio di voti all’amico candidato alle regionali. Il quale, a sua volta, saprà sdebitarsi con Savastano junior al momento giusto, nel più tradizionale degli intrecci tra malavita e politica.

Favori, scambi, appalti, pedine a piazzare nei posti giusti. Affari. Uno spietato quanto efficacissimo meccanismo, ricostruito con brutale realismo dagli sceneggiatori – è più che mai evidente il tocco di Saviano nella prima parte, improntata quasi come una docufiction – che siamo, ahinoi, abituati a leggere nelle cronache e che ormai non fa più notizia. Un sistema che cavalca e sfrutta abilmente il disagio stratificato nel tessuto sociale e che per fare soldi non esita – come si vede – a mettere le mani nel business delle onoranze funebri. Perché, con la crisi, i tempi sono cambiati e, come dice Gennaro nella frase-simbolo dell’episodio, “a Secondigliano, il business migliore non è la droga. Ma la fame. E noi questa fame dobbiamo farla fruttare”.

In sintesi: Gomorra 3×6, è uno potentissimo episodio-denuncia, semplicemente perfetto dall’inizio alla devastante sequenza finale, duro e tragico, che mette ancora una volta a nudo il dramma delle zone d’ombra dove lo Stato ha deciso di non esserci più (e mica solo a Napoli e dintorni) e che da solo vale quanto un’inchiesta di Report. Ricordandoci, ancora una volta, di quanto siano sterili le polemiche su una serie che secondo i detrattori dipingerebbe i camorristi come eroi. Sarebbe bello che l’episodio venisse guardato anche dai nostri uomini di potere, quelli reali, quelli che si spartiranno i prossimi posti di comando nella cabina di guida, tutti già lanciati nella campagna elettorale verso le politiche 2018. Potrebbero, chissà, imparare qualcosa di utile a proposito delle tante ragioni che stanno portando all’impoverimento di questo Paese. A patto, ovviamente, che lo interpretino nel modo giusto: non dal punto di vista della stanza dei bottoni da loro tanto bramata bensì da quello degli ‘ultimi’, nel ricordo di Lucio e dei tanti invisibili. Meno ‘House of Cards’ e più ‘Gomorra’, insomma.