1329623779_641c75b742_oForse, avrei avuto paura anch’io. Forse, proprio perché spaventata ed impaurita, non sarei stata in grado di mantenere lucidi e razionali il mio pensiero e le mie azioni.

Ed è per questo che un’arma non l’avrei mai comprata, men che meno usata.

“Ha fatto bene”, quindi, è un commento che proprio non mi riesce di dire né di pensare. Non giustifico la delinquenza in nessun modo, ma non per questo appoggio chi, magari stanco per la situazione, decide di farsi giustizia da sé.
Per quanto grave sia il reato, pagarlo con la vita è sempre eccessivo e non permette quella piccola parte della giustizia che ritengo fondamentale: la rieducazione.
La pena come possibilità di cambiamento in positivo e di nuovo (e migliore) reinserimento nella società, insomma. Perché non è assolutamente vero che “chi nasce tondo, non muore quadrato”.
Mi piace pensare che possa morire come gli pare, ammesso che qualcuno non decida di interrompere prima il suo percorso, con una pistola, magari. Posso comprendere l’esasperazione dell’uomo: infilarsi nel posto più intimo e personale di un individuo, la sua casa, per appropriarsi di oggetti e di valori sentimentali, è un furto alle emozioni, prima che al portafoglio. Ma questo non può essere una giustificazione alla violenza. Esiste uno Stato incaricato di difenderci e di tutelarci, di punirci e di insegnarci. Una forza “super partes” che racchiude ognuno di noi, quel papà che rimette in ordine le cose quando i figli litigano tra loro.
E se non funziona, se decidiamo che non ci basta, che non fa per noi, la colpa è essenzialmente nostra. Siamo noi, mettiamocelo in testa, il nostro Stato. Noi, ognuno di noi, siamo quel papà che deve trovare una soluzione quanto più rapida, equa e giusta che metta fine alla lite tra i figli.
Noi, in quanto cittadini di un Paese che si sforza ancora di essere tollerante e democratico, non noi come macellai allo sbaraglio. Se avete perso la fiducia nel vostro Paese, tanto da armarvi e ricorrere alla “giustizia” brutale e animalesca, forse è il caso di dire che abbiamo perso tutti, fallendo nell’obbiettivo di essere una nazione. Chiusi in noi stessi, ci inventiamo autonomi, “arbitri in terra del bene e del male”, direbbe il caro Faber. E il corteo che applaude chi ha sparato, non condannandolo mai, rispecchia perfettamente questo: la perdita di un punto di riferimento forte, che fa diventare riferimento chi si finge più forte. Punto.