Il venerdì dopo la Festa del Ringraziamento americana (che cade di giovedì) è chiamato Black Friday. E’ un giorno importante per gli analisti finanziari perchè i negozi propongono forti sconti sulla loro merce e quindi si può capire lo stato di salute dell’economia americana. Quando si parla di commercio, si parla di soldi e quando si parla di soldi, il mondo riscopre la globalizzazione e l’integrazione culturale. Questa usanza si è quindi diffusa anche in Europa e Asia con risultati altalenanti ma in crescita. Al netto delle solite e inevitabili polemiche che ogni tradizione importata si trascina dietro, quest’anno nel nostro Paese il “venerdì nero” vede lo sciopero dei dipendenti e addetti alla logistica di Amazon. I lavoratori protestano per le condizioni di lavoro estreme a cui sono sottoposti per garantire l’efficenza tipica del colosso di vendite online. E parliamoci chiaro: hanno ragione. Turni massacranti e stipendi bassi o comunque con poche garanzie e tutele. Un posto fisso che ti spreme fino a che non ne hai più e vieni sostituito.

Solo due settimane fa, però, in tv si potevano vedere alcuni servizi giornalistici che dipingevano il lavoro da Amazon come un “sogno che si avvera”, un’opportunità rara in un periodo di crisi dei posti di lavoro. Le interviste ai dipendenti lasciavano trasparire che qualche crepa c’era: con le parole lodavano il proprio lavoro ma lo sguardo raccontava altro.
Negli anni passati alcune inchieste giornalistiche fatte con tutti i crismi, avevano però raccontato una situazione molto diversa. La stessa per cui oggi i lavoratori scioperano.

Mi hanno infastidito quelli che tra ieri e oggi sono caduti dal pero e gridano al boicottaggio di Amazon. “Ben svegliati” direi, ma non del tutto. Amazon oggi non lo puoi più boicottare ed è risibile chiederlo. Al netto della comodità e della velocità del servizio, è proprio la sua qualità a fare la differenza. Non conosco nessuno che abbia avuto un problema con Amazon e che non sia riuscito a risolverlo. Non un rimborso andato male, non un cambio di prodotto. Qualità che per numerose ragioni nei negozi più piccoli (ma anche grandi) non si può trovare. E questo ci spinge a soprassedere ulteriormente sul prezzo dei prodotti, spesso ribassato sulle spalle dei lavoratori.

Ma non è solo questa la causa del mio fastidio. Il motivo vero è l’ipocrisia che c’è sotto. Se chi appoggia oggi il boicottaggio e i lavoratori fosse davvero onesto con se stesso e gli altri, farebbe uguale anche per i bikers di Foodora o JustEat. Invece ordinare cibo da casa (oltre al fatto che mangiare è indispensabile per vivere) è molto di moda, soprattutto se corrediamo tutto da una bella foto sui social. E le grandi librerie a discapito di quelle piccole? E Spotify a discapito dei negozi di musica? Rimanendo in tema potrei citare un noto magazzino di vendita di strumenti musicali che si è mangiato tutti i rivenditori più piccoli (spesso più competenti) solo perchè era più “cool” comprare lì.

Questa indignazione del Black Friday, organizzata appositamente e a basso costo, fa più male che bene. Fa bene alle coscienze sporche di qualcuno – magari quelli che di solito pontificano e si lodano per quanto sono attenti ai temi sociali – ma fanno male a tutto il resto, rendendo il loro estemporaneo appoggio alla causa, una farsa.