Nel 2012 terminó la seconda stagione di Game of Thrones. Ricordo benissimo quella puntata dove, dopo la battaglia delle Acque Nere, l’azione si spostava verso Nord mostrandoci l’esercito degli estranei marciare verso la Barriera. Ero estasiato, l’idea di un bello scontro tra i morti e gli uomini mi elettrizzava e per questo motivo non vedevo l’ora che arrivasse la terza stagione.
Ho sbagliato i calcoli, perchè Game of Thrones è uno show che giustamente si è preso i suoi tempi e, per giungere al momento che tutti quanti stavamo aspettando, ci sono voluti 7 anni.
A tre puntate dalla fine dello show è andata in onda la battaglia di Grande Inverno, un evento per il quale è stato creato un hype senza precedenti nella storia della serialità televisiva.
Ci sarebbe tanto, troppo da dire e forse bisognerebbe lasciar sedimentare un po’ prima di parlare. Alcune cose hanno funzionato bene e altre meno.
Ma andiamo per punti

Quello a cui abbiamo assistito nella terza puntata di Game of Thrones sono 80 minuti di grande cinema. Un’ora e mezza con i brividi, l’ansia e il cuore che batte all’impazzata. Il tocco di Miguel Sapochnik, giá regista de la battaglia dei bastardi e della battaglia con gli estranei al termine della quinta stagione si riconosce: lunghi piani sequenza, confuse scene di lotta e un sapiente utilizzo del montaggio che sa alternare magistralmente momenti frenetici e scene più lente. Un ritmo altalenante che consente allo spettatore di rimanere incollato allo schermo.
La regia raggiunge il massimo livello in due (quasi tre) punti:
1. L’inizio, dove lo sterminio dei dothraki visto a distanza è la scelta vincente e geniale per trasmettere il senso di paura che provano i soldati di grande inverno: sarà uno scontro contro la morte, contro il nulla, contro l’ignoto.
2. La scena in cui vediamo Arya Stark nella biblioteca. Non c’è nulla da dire, solo da guardare.
3. Il finale. L’avanzata del Re della Notte e il suono del pianoforte in sottofondo. Il climax che si viene a creare è pazzesco. Anche qui l’uso sapiente del montaggio funziona, mostrando uno ad uno tutti i protagonisti, mentre il Night King avanza verso Bran. La scena è notevole e sarebbe stata perfetta se durante questa avanzata ci fossero state un paio di morti di personaggi importanti. Sarebbe stata una scena non solo epica, ma anche drammatica che sarebbe entrata direttamente nell’olimpo del grande cinema. Peccato.

In questo episodio ci sono state alcune scelte autoriali decisamente interessanti, su tutte l’inutilità di Daenarys e Jon Snow. Uno dei grossi errori delle ultime stagioni era stato quello di trasformare Jon Snow in un Avenger, rendendolo un personaggio eroico. Indimenticabile la sua impresa contro gli estranei nella scorsa stagione, una delle puntate più brutte e banali di tutta quanta la serie. La scelta di non affidare al Re del Nord un ruolo determinante in questo scontro è stata saggia. La battaglia di Jon era la battaglia dei bastardi. Questa è stata la battaglia di qualcun altro.
Arya Stark uccide il Re della Notte e sconfigge gli estranei. Per alcuni (me incluso) è stata una cosa inaspettata, ma che ha perfettamente senso. Con questo avvenimento il lungo addestramento di Arya tra gli uomini senza volto giugne a compimento. Non solo la profezia di Melisandre si avvera (gran tocco di sceneggiatura con visione a lungo termine), ma dimostra che tutto il percorso di Arya ha avuto un senso. Era l’unica infatti che poteva arrivare al nemico senza farsi notare e colpirlo con un gesto che abbiamo visto più volte nel suo addestramento.

Se queste scelte autoriali sono state efficienti, non si puó dire altrettanto di altri avvenimenti.
Primo su tutti, e scusatemi se sono pratico e non filosofico, in una battaglia finale contro un esercito di morti metà del cast principale doveva essere sterminato. Invece tutte le morti sono state telefonate già nella scorsa puntata e, fatta eccezione per Theon e Mormont gli altri sono personaggi a cui nessuno era affezionato.

Personalmente nel calderone degli adii avrei inserito Bryenne, Varys nelle cripte, Verme Grigio e Tormund. So che vi stanno simpatici, ma in guerra muoiono anche le brave persone cari ragazzi. E poi dopo le nozze rosse dovreste esservi abituati alle morti ingiuste.
Ma più che altro, come fanno Sam e Podrick ad essere vivi dopo che migliaia di Immacolati e guerrieri dothraki sono stati brutalmente massacrati?
Qualche addio in più, specialmente inserito nella scena dell’avanzata del Re della Notte verso Bran, sarebbe stato un gran colpo al cuore, ma anche un gran colpo di sceneggiatura e regia.

In tanti articoli si discute sulla morte troppo sbrigativa del Re del Notte. Sono d’accordo. Più che altro, la delusione è stata quella di non vedere un confronto tra il Night King e Bran. Sono tante stagioni che il personaggio di Bran è legato al Re della Notte e, dopo tutti questi anni, ridurre la funzione del giovane Stark a semplice esca è stato un po’ troppo riduttivo.

Ultimo appunto riguarda la fotografia scura e cupa. In molti si sono lamentati del fatto che non si vedesse praticamente nulla, soprattutto se il tuo televisore ha i colori tarati male (come il 90% dei televisori). Confesso che inizialmente anche a me ha dato fastidio, ma anche qui ci troviamo davanti ad una scelta stilistica in linea con la trama: è la battaglia della lunga notte, fate voi.

Alla fine di questa puntata, in mezzo al vortice di emozioni che ho provato, mi è sorta una domanda. Come sarebbe stata questa battaglia se dietro ci fosse stata la penna di Martin? Diversa, forse anche migliore. Probabilmente la vittoria degli uomini non sarebbe stata così netta o comunque sarebbe successo qualcosa di sconvolgente che nello show non abbiamo visto. Ma dopotutto ormai ci siamo messi il cuore in pace. È da un po’ di anni che Game of Thrones non è più Game of Thrones e che tutti i momenti “what a fuck” che hanno caratterizzato questa storia hanno ceduto il posto al fan service e a soluzioni piú commerciali.
Guardando lo show in questa ottica non si puó che apprezzare “The Long Night” e ritenerlo un altissimo momento di grande televisione e, perchè no, di grande cinema