Toto_CutugnoTutti noi, nel corso dell’esistenza, siamo rincorsi da immagini capaci di infestare la mente come incubi e segnarci per sempre. Frammenti di passato il più delle volte innescati, nel bel mezzo dell’infanzia, da choc, traumi, emozioni forti. In maniera talmente dirompente da lasciare tracce indelebili e riaffiorare, in maniera incontrollabile, anche a decenni di distanza. Chi di noi, bambino negli anni Novanta, non ricorda, ancora con terrore, il nano nella sala rossa di Twin Peaks, il pagliaccio incarnato dal diabolico Tim Curry nel film tv tratto da It, gli occhi spiritati del giudice cattivo di Chi ha incastrato Roger Rabbit, il sorriso Durban’s di un uomo imbottito di fondotinta mentre annuncia, a schermi unificati, che l’Italia è il paese che ama?

Ognuno, poi, ha il suo ricordo pauroso “privato”. Io, da piccolo, ero terrorizzato da Cin Ciao Lin, il personaggio (uomo? donna?) animato che ogni tanto faceva capolino sulle reti private e raccontava barzellette idiote (“le galline al Polo Nord fanno il Circolo Pollare Artico”, roba da rivalutare il Martufello di La sai l’ultima). Niente di orrorifico in apparenza, ma la sua risata sguaiata e i giochetti con gli occhi mi spaventavano più di un tweet di Gasparri. E guardavo con forte preoccupazione anche al mitico Gonzo dei Muppet. Perché non riuscivo a capire, come milioni di bambini in tutto il mondo, con che razza di creatura avevamo a che fare: un po’ come l’elettore del Ncd davanti ad una conferenza di Alfano. Le teorie più avanzate sostenevano che Gonzo non fosse un animale come tutti gli altri Muppet, ma un alieno: finché il governo degli Stati Uniti non concederà l’accesso agli archivi della Cia, non sapremo la verità.

Immagini, comunque, circoscrivibili all’infanzia. Fortunatamente, esordio cinematografico di Alberto Tomba a parte, da metà degli anni Novanta in poi non ho incrociato sul mio cammino nuovi traumi. Fino a pochi giorni fa. Quando, in un momento libero, ho commesso un errore imperdonabile. No: non ho gettato uno sguardo alle ciabattine da spiaggia di Scanu sull’Isola dei Famosi. Ho fatto ben di peggio. Ho messo ‘mi piace’ alla pagina ‘La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno’ che già, di ‘like’, ne contava più di 47mila.

Se non la conoscete, vi invito caldamente a non consultarla. Trattasi dell’esperimento di comunicazione più inquietante dai tempi delle slide-supermarket di Renzi: un utente anonimo che posta, ogni giorno, la stessa identica fotografia di Toto Cutugno – sguardo serio come Mancini dopo una qualsiasi partita dell’Inter – risalente agli anni Ottanta, ovvero all’apice della carriera del Nostro. Tutti i santi giorni, la stessa immagine, senza commento. La massima semplificazione dello strepitoso Ricomincio da capo, dove Bill Murray è costretto a rivivere il ‘giorno della marmotta’ per l’eternità.toto-cutugno-litaliano-baby-records

Ma qui di divertente e demenziale, contrariamente a quanti molti fan pensano, c’è ben poco: l’aurea angosciante, vagamente demonica, che avvolge questa pagina è tale che i racconti di Lovercraft, al confronto, paiono un romanzo del cuore di Gramellini. E io da qualche giorno ho un nuovo incubo con cui fare i conti la notte: quegli occhi torvi e neri, che ti fissano senza parole, quasi a scrutarti dentro a caccia di un peccato da farti espiare, rendono l’autore di ‘Voglio andare a vivere in campagnapiù minaccioso di Jack Nicholson in Shining.

Le ragioni di questa pagina e del suo successo, come molte cose dell’universo di internet, rimangono oscure e comunque non aggiungerebbero alcun significato. Anche se, naturalmente, impazzano già analisi e valutazioni sociologiche (si è parlato nientemeno che di uno studio di un’università americana, voce poi smentita): e tra le molte osservazioni, qualcuna associa la riproposizione quotidiana di un simbolo del Belpaese canzonettaro degli anni Ottanta alla condanna eterna dell’italiano a convivere con le resurrezioni democristiane. Qualche avvenimento recente, in effetti, ce lo fa sospettare.