plutonePlutone, il pianeta più periferico del sistema solare, è diventato da qualche giorno l’argomento più cult del web. La Nasa ha infatti pubblicato le recentissime foto che ritraggono il piccolo pianeta. Le ha scattate “New Horizon”, la sonda spaziale di ultima generazione, e descrivono il pianeta come assolutamente sensazionale. Si notano formazioni montuose altre circa 3500 metri (diciamo come il nostro caro Monviso) ricoperte di ghiaccio ed alcuni crateri, a dire la verità molto meno rispetto alle aspettative. Già perché la superficie ancora pressochè intonsa fa pensare ad un’età geologica ancora “giovane”, ragion per cui si crede che questo pianeta sia ancora tutto in divenire. Plutone ha inoltre due piccoli satelliti che gli gravitano attorno, come se fossero due lune.

Se anche nella vostra mente è passata anche solo per un secondo l’esclamazione “E sti cazzi!”, vuol dire che siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Per i non addetti ai lavori, infatti, tutte queste strabilianti notizie non sono poi così tanto strabilianti. Proprio per questo motivo non ne parlerò. Tuttavia c’è una cosa che mi interessa davvero affrontare. Ci spingiamo sempre oltre nelle nostre avventure, ma per quale motivo? Se ci pensate bene, ognuno di noi è un astronauta. Ognuno di noi è ben consapevole di cosa può trovare nel suo pianeta di casa, il più delle volte ci basterebbe pure, ma nonostante tutto cerchiamo sempre di allontanarci un po’, di vedere al di là della siepe del nostro giardino. Non foss’altro che per spiare il proprio vicino di casa e, la sera, raccontarlo ai nostri famigliari.

Non fraintendetemi, non sto accusando razza umana di una sindrome di “voyeurismo ossessivo”, anzi. Sto elogiando noi stessi di questa innata sete di sapere, di conoscere e, perché no, di raccontare. Ma cosa vorremmo trovare in un pianeta lontano anni luce dal nostro? L’elisir di lunga vita? Una popolazione con cui interagire? O delle miniere, magari.

Credo che ognuno di noi, nelle sue personali campagne interstellari, voglia trovare delle risposte. Voglia capirci di più, specie su se stesso. Voglia capire se la sua vita è davvero appagante come credeva fino a qualche minuto prima e, soprattutto, voglia renderla completa, una volta essersi reso conto della sua imperfezione.

Sembra un pezzo romantico ma non lo dovrebbe essere. Se mi conosceste anche solo un po’ capireste di essere fuori strada. Sono semplicemente i pensieri di un ragazzo che una volta nella vita ha mandato a quel paese tutto lo stress della sua giornata (solo per qualche minuto eh? Perché tanto lo smartphone ha già ripreso a squillare) e ha provato a chiedersi: quante cose mi sto perdendo?

E quindi eccolo lì, che fissa l’orizzonte e sogna di andare a vedere l’altra sponda dell’oceano. Siamo gli stessi che credevano che la Terra fosse piatta e che non vedevano l’ora di arrivare con la nave sul ciglio della fine del mondo. Poi abbiamo scoperto che era tutto diverso e allora abbiamo alzato gli occhi e ci siamo chiesti se questo ciglio non fosse su, nel cielo.

Siamo ancora lì che ce lo chiediamo, e intanto scopriamo posti e luoghi che non credevamo esistessero. Ma siamo anche quelli che vivono la propria infanzia con gli stessi compagni di scuola e che credono che il mondo sia tutto lì: il gioco, i compiti, gli amici. Poi però cresciamo, e scopriamo che il mondo è questo, più tante altre cose, belle o brutte che siano. E le vogliamo scoprire tutte, perché siamo astronauti. Quindi prenotiamo voli, affittiamo macchine, compriamo riviste. Vogliamo scoprire, vedere, raccontare.

Ogni astronauta, tuttavia, sa per certo che per quanto sia bello uscire dall’atmosfera, sentire il corpo leggero e guardare negli occhi le stelle, non dimenticherà mai quanto siano belle le cose vissute prima di partire. Quelle che da piccolo per lui avevano un senso assoluto e sono ancora lì che lo aspettano. Ed è lì, prima o poi, che lui ha intenzione di ritornarci.

È così che voglio essere: un inguaribile esploratore che, però, anche da lassù, guardi con un po’ di nostalgia il proprio pianeta.