4285647638_3d82a06ea5_oQualche mese fa, curiosando tra i libri di una bancarella del mercatino delle pulci della città in cui vivo, mi è capitato di trovare una copia, non troppo datata, del “Mein Kampf” di Hitler. Inizialmente sono rimasta stupita: era la prima volta che ne vedevo una copia dal vivo e che, addirittura, la tenevo tra le mie mani. Ho osservato attentamente i dettagli della copertina, ho letto qualche riga dell’introduzione, l’ho sfogliato e alla fine ho anche buttato l’occhio sul prezzo a cui era stato acquistato – ancora in lire – dal proprietario della bancarella. Mentre facevo tutto ciò ho iniziato a pormi alcune questioni. Prima di tutto: come avrei dovuto reagire?

Sapevo che in Italia la distribuzione del “Mein Kampf” non fosse proibita, ma siccome dubito sia mai stato disponibile nelle librerie in cui sono abituata a fare le mie “spese letterarie” – è molto più facile trovarlo in rete, infatti – non mi sarei mai immaginata di ritrovarmelo sotto gli occhi e quindi non mi sono mai posta prima il problema di cosa avrei fatto se lo avessi trovato, magari anche a buon prezzo. Avrei dovuto posarlo subito? Comprarlo? Rimproverare il proprietario per aver messo in vendita un libro del genere? Non ho fatto nulla di tutto ciò, ma mentre lo tenevo in mano mi sentivo tremendamente in colpa, al punto da iniziare a guardarmi attorno, come se avessi avuto paura di essere vista con QUEL libro in mano. Non so dire di preciso quanti minuti io sia rimasta lì, a fissarlo, ma a me sono sembrati un’eternità: ero veramente indecisa se acquistarlo o meno. La curiosità di leggerlo, devo ammetterlo, era tanta. Ma alla fine l’ho riposato al suo posto, in mezzo ad altri libri che, quella volta, non erano riusciti ad attrarre la mia attenzione. Per quanto fossi stata curiosa, ho preferito non spendere soldi per QUEL libro, pensando che al massimo lo avrei poi preso in consultazione in qualche biblioteca.

Mentre mi allontanavo dalla bancarella ho cercato di scrollarmi il senso di colpa di dosso: se lo avessi comprato e letto, questo non avrebbe di certo fatto di me una neonazista antisemita. Perché non lo sono mai stata ed è una delle poche cose che so per certo che non sarò mai nella mia vita. Ho ben chiari i principi antifascisti, antinazisti e antitotalitaristi e li ho fatti miei fin da quando ero bambina, quando studiai l’ascesa di questa persona e già all’epoca iniziai a interrogarmi su come sia stato possibile che una persona del genere abbia potuto sterminare tutte quelle persone per una sua folle ideologia e che una nazione intera si sia prostrata ai suoi piedi accettandolo come guida. Proseguendo i miei studi, ho avuto sempre più modo di confermare la mia totale opposizione ad ogni forma di totalitarismo e, soprattutto, ho capito che mai e poi mai avrei difeso quella parte di storia di cui anche noi italiani siamo stati parte – e di questo, sempre fin da bambina, mi vergogno. Erstausgabe_von_Mein_Kampf

Riflettendo su questo, ho poi concluso che alla fin fine non avrei fatto del male a nessuno se lo avessi acquistato, perché da sempre sostengo che la storia vada studiata tutta, nel dettaglio, documentandosi su tutti i particolari possibili, anche quelli più macabri e terrificanti e che a volte si cerca di “nascondere”, perché solo così si può imparare a non ripetere gli errori del passato. Ho sempre avuto una forte curiosità verso documentari, libri, testimonianze che raccontassero al meglio proprio questo tipo di dettagli, perché ho sempre voluto cercare di capire la follia dietro tutto ciò. E cosa potrebbe rendere l’idea meglio del “Mein Kampf”? Di certo non lo avrei letto per seguire la follia di Hitler, anzi, lo avrei letto proprio per comprendere meglio la sua battaglia delirante e odiarla ancora di più.

Tutto questo flusso di coscienza degno di Joyce e tutti questi dubbi mi sono tornati alla mente oggi. In televisione è passata la reclame de “Il Giornale”, che ha deciso di vendere in più uscite una serie di libri documentari sul Terzo Reich e che, come prima uscita, ha deciso di regalare proprio il “Mein Kampf”. Premesso che non apprezzo affatto – anzi, tutt’altro – tale testata giornalistica, ho pensato subito che forse questa volta lo avrei preso, sempre per le motivazioni già spiegate. Ma mi sono bastati pochi commenti letti sui vari social network per farmi tornare il senso di colpa e i dubbi che avevo provato mesi fa, quando mi ritrovai tra le mani tale libro.

Capisco perfettamente le ragioni di chi sostiene che sia ignobile distribuire gratuitamente proprio QUEL romanzo, in larga parte anche io la penso così e infatti mi trovo molto in dubbio sul dilemma “è giusto o non è giusto venderlo, comprarlo e leggero?”, perché purtroppo – dato che la storia è ciclica ed è un continuo ripetersi e dato che evidentemente non tutti quando studiano la storia sono in grado di comprenderla veramente – negli ultimi anni il fanatismo per l’estrema destra sta crescendo sempre più, soprattutto, ahimè, da parte di giovani di tutta Europa. Capisco davvero che sia pericolosissimo che QUEL libro possa cadere così facilmente nelle mani di uno di questi ragazzi neofascisti che di certo riuscirebbe a trarne le conclusioni sbagliate. Proprio per questo motivo, vagando tra i miei dubbi, tante volte arrivo a pensare che forse sarebbe meglio tornare a proibirlo in questi tempi di grande nostalgia di “quando c’era lui”, soprattutto quando mi capita di leggere sui social network commenti di ragazzi che inneggiano alla dittatura nazifascista perché “almeno in quel periodo tutti avevano lavoro, c’era ordine, non c’era criminalità” e tante altre boiate e farneticazioni varie su paludi bonificate, pensioni e treni che arrivano in orario.4285647638_3d82a06ea5_o

Probabilmente, poi, “Il Giornale” ha attuato questa strategia di marketing proprio perché consapevoli delle nere correnti che stanno tornando in voga e trovo orribile sfruttarle per vendere. E probabilmente da parte di qualcuno c’è anche il tentativo di farlo passare come un libro qualsiasi, privo di messaggi fondamentali. Ma al di là tutto ciò – che ripeto essere sacrosanto – siamo sicuri che sia giusto criticare chi vuole leggere il “Mein Kampf” e cercare di proibirglielo? Perché sostenere una cosa del genere mi fa sentire un po’ incoerente con me stessa, che da sempre sostengo che tutte le libertà personali siano sacre – anche se ogni tanto mi ricredo quando leggo i commenti summenzionati. Non sarebbe quindi meglio provare a trovare un punto d’incontro? Regalarlo come se fosse un libro di fiabe come fa “Il Giornale” di certo è pericoloso e grave, ma forse può essere uno spunto per far riflettere sull’importanza storica che in ogni caso il “Mein Kampf” ha e far partire una serie di analisi aperte a tutti da parte di storici, con testimonianze di vittime dell’ideologia nazista.

D’altra parte ho già sentito dire da tante altre persone che vorrebbero leggerlo proprio per i miei stessi motivi: per capire a fondo la follia dietro l’ideologia nazista, per odiarla ancora di più e per far sì che tutto quello che è successo non si ripeta più. Per cui mi spiacerebbe enormemente essere additata insieme a chi come me vorrebbe analizzarlo, perché è fondamentale capire che non tutti coloro che vogliono leggerlo sono dei neonazisti. E mi stupisce che proprio tanti storici si stiano battendo contro questo tipo di conoscenza della storia, davvero. Pensavo che loro, più di tutti, fossero consapevoli di quanto sia fondamentale imparare tutti i risvolti della storia, anche quelli più neri, per capirla davvero.