In una puntata dei Simpson, Bart e Lisa ricordano ad Homer e Marge che “in fondo è stata la televisione a crescerci”. Spogliamoci di ogni ipocrisia: è vero. Passavamo ore ed ore davanti al piccolo schermo, quando ancora i programmi e i cartoni avevano le sigle che duravano fino a tre minuti e non venivano sfumate o cancellate dalla pubblicità.

Entravano a frotte nei nostri soggiorni, allora privi di modem, vari signori: alcuni ci sembravano un po’ saccenti e boriosi, altri ci facevano ridere a crepapelle, altri ancora si distinguevano per l’educazione e il garbo tipico di quegli zii a cui non riveleresti mai di esserti fatto una canna, perché avresti il timore di essere giudicato: però, se provassi a confessarglielo, sai che si farebbe una bella risata dicendoci ‘se lo sapessero i tuoi…’. Insomma: uno di famiglia, di quelli con cui ti intendi a meraviglia perché sai di essere sintonizzato sulle stesse frequenze. Sì: il piccolo schermo ci ha cresciuto, è verissimo, regalandoci-imponendoci personaggi che hai finito per considerare di famiglia, e non ci deve essere alcun imbarazzo a riconoscere tutto questo. Dov’è scritto che devi legarti solo a dei fenomeni dello sport, della musica, del cinema?

Anche perché, dopotutto, hai speso ore e ore della tua vita osservando questi personaggi sullo schermo davanti al divano quando ancora non avevi lo schermino da portare in tasca. Ti hanno tenuto compagnia più loro che il cugino che abita nel tuo stesso quartiere e che vedi solo a Natale. E allora ecco che la commozione diventa sincera e concreta, e non ostentazione da social. Mi direte mica che, nel giorno dell’addio al grande Hawking, vi siete commossi ricordando i suoi saggi? E quando li avreste letti, scusate? Invece Fabrizione nelle nostre vite c’era eccome, nelle vesti di uno di famiglia, e come lo zio che aspetti con trepidazione con i soldi per le giostre nel weekend, lo aspettavi il sabato sera quando con la famiglia, quella vera, ci si radunava nel soggiorno per vedere ‘Scommettiamo che’ nell’era in cui non scappavi ancora nella tua stanza a vedere Mtv lasciando tutto il mondo fuori. Lui era il sorriso rassicurante, che aspettavi dopo quel palloso tg dove si parlava di politici arrestati per aver preso soldi e dei cattivoni della mafia che mettevano le bombe in giro.

In Fabrizione ti rispecchiavi: perché sì, era diligente e garbato, mai sopra le righe, ma ti dava pure l’impressione di essere un po’ imbranato e tenero con quegli occhialoni. L’ideale contraltare dell’algida e perfettina Milly Carlucci, quell’antipaticona che sicuramente sarà stata la prima della classe e non passava mai le risposte al compagno di banco… E tu, quattrocchi con i brufoli in cerca del consenso dei compagni, non potevi non affezionarti a lui. Tanto da regalare il suo nome ad un omino della Lego, con cui giocavi insieme a tuo fratello.

Poi è arrivato Toy Story al cinema e avevi letto su Topolino che il protagonista, il cowboy Woody, sarebbe stato doppiato da Fabrizione e la curiosità per vedere il primo film d’animazione della storia fatto al computer era stata subito rimpiazzata dalla curiosità di sentire un cartone con la sua voce. Perché sì, come lo zio che per la prima volta nella sua vita si scatena a sorpresa al Karaoke, tra l’iniziale stupore e poi l’entusiasmo degli altri parenti, Fabrizione mica era solo l’uomo con la cartellina in mano. Nel giorno in cui verrà giustamente ricordato da tutti, infatti, ci farà pure sorridere su YouTube con la strepitosa imitazione di Piero Pelù che ha coinciso un po’ con la sua rinascita artistica.

Grazie, Fabrizione. Per le cene del sabato sera e per i soldi delle giostre. Per essere stato uno di famiglia, insomma. Ah, la trilogia di Toy Story è lì che aspetta di essere rivista, eh. Mio figlio è ancora un po’ piccolo, ma nell’attesa faccio un ripasso io.