Ricordo, ricordo, ricordo. Provo ad affidarmi esclusivamente alla mia memoria, senza ricorrere all’aiuto di internet, tanto tutti si ricordano dove si trovavano quel giorno, chissà poi perché bisogna sempre sottolinearlo. Tant’è.

Ricordo, ricordo, ricordo che ero nella mia stanza in cerca della voglia di studiare per un esame. Ricordo mia madre che mi chiama, ricordo il TG4, l’immagine della prima torre in fumo. Poi, in diretta, la terrificante sequenza di un altro aereo che si infila nella seconda torre. Le fiamme, le urla dei passanti con lo sguardo rivolto al cielo, i vigili del fuoco e la polizia, le sirene. Ricordo l’incredulità, lo sgomento che piano piano si fa angoscia. L’inizio di una diretta-fiume su ogni canale televisivo, l’immancabile speciale di Porta a Porta in prima serata. Il mondo intero che segue con il fiato sospeso. Il crollo, sempre in diretta, delle due torri, l’immensa nube che oscurò il cielo di NY per giorni, le persone ricoperte di polvere in strada come nel più classico dei film apocalittici.

A Manhattan, luogo fino a quel momento strettamente collegato ad un qualcosa di esclusivamente cinematografico-televisivo, e del resto tutto sembrava terribilmente hollywoodiano, ma poco sitcom, era finita l’innocenza della mia generazione, che mai aveva vissuto appieno gli orrori precedenti, prima o seconda guerra mondiale, violenze anni di piombo, e che ora sarebbe entrata in un mondo diverso, perché quel giorno drammatico cambiò molte delle nostre abitudini. Ricordo di quelle ore gli sms, quelle cose senza animazioni che c’erano prima di WhatsApp, mandati ad un paio di amici per chiedere se stessero guardando la tv. Visto che roba, raga? Ricordo che non c’erano i siti dei quotidiani e nemmeno i link IL VIDEO DELLO SCHIANTO e GUARDA LA GALLERY 1-2-3-4.

Poi, oltre quel giorno, ricordi e immagini sparse, riconducibili ad esso. Il mattino seguente l’incauto Sole 24 Ore, quando ovviamente era ancora impossibile quantificare il numero delle vittime, sparò in prima pagina ‘20mila morti a Manhattan’. Grazie a Dio, furono molti di meno. Poi l’immagine degli uomini senza volto e identità che volano giù dal grattacielo, come nella sigla di Mad Men, per sfuggire alle fiamme: un pugno nello stomaco. Gli audio strazianti delle persone intrappolate che chiamano casa. Ricordo che in quei giorni tutto poteva essere un attentato o giù di lì: uno o due giorni dopo esplose una fabbrica in Francia, un incidente che con il terrorismo non centrava nulla e che in un qualsiasi altro momento non si sarebbe cagato nessuno, ma la notizia aprì di prepotenza i tg.

Ricordo, ricordo, ricordo una notizia che strinse il cuore: un villaggio africano decise di inviare come regalo agli Usa delle mucche per alleviare il dolore della tragedia. Ricordo l’immediato slogan ‘Siamo tutti americani’, l’antesignano del ‘Je Suis’, sparato da tg e quotidiani, senza possibilità di replica: se provavi ad avanzare un’obiezione sulle cose simpatiche fatte dagli amerikani in Medio Oriente, eri una merdina insensibile ma-come-ti-permetti. L’immagine profilo di Facebook non era ancora stata inventata, purtroppo: niente foto a stelle e strisce, e nemmeno le catene social con candele e preghierina. Ma ricordo che i cortei e i raduni nelle strade e nelle piazze in segno di solidarietà al popolo Usa ci furono, in tante città del mondo. Le sterminate bacheche con le foto di vittime e dispersi nelle strade intorno a quello che sarebbe poi diventato Ground Zero. Ricordo poi l’immortale immagine di Bush che davanti agli alunni di una scuola viene informato dell’attacco: il presidente, come ci fece poi notare Michael Moore, non sembrò capire cosa diavolo stia accadendo, e ricordo i successivi discorsi alla nazione, i propositi di vendetta tremenda vendetta, tutto molto, molto ‘Independence Day’, intendo il primo film ovviamente, perché il sequel non è mai uscito.

Ricordo le fotine dei volti dei kamikaze, la scoperta che eravamo in guerra, non solo gli Usa ma tutto il mondo occidentale, e ricordo che apprendemmo dell’esistenza di un tizio barbuto di nome Bin Laden, dei talebani che si divertivano a filmarsi nelle grotte dell’Afghanistan. Ricordo, tornando al personale, che in quei giorni stavo preparando con gli amici un lungometraggio amatoriale: cestinai la prima sceneggiatura, una commediola di stampo romantico, e ne scrissi ambientato nella seconda guerra mondiale perché il sentimento patriottico aveva preso il sopravvento senza che me ne accorgessi.

Altre immagini sparse: il trailer del primo ‘Spiderman’ di Raimi censurato, perché c’era una splendida sequenza in cui Peter Parker intrappolava con la ragnatela un elicottero tra le due torri. Non ricordo, perché non potevo saperlo, lo scoprii solo anni dopo con il boom di YouTube e social, che in quel momento stava nascendo una nuova generazione di complottisti, la prima post-Ufo e post-omicidio Kennedy: la verità nascosta dal Governo-attacco fatto in casa-pretesto per una guerra-gli ebrei che quel mattino non andarono al World Trade Center-le cariche di dinamite che si vedono chiaramente da questo frame-le immagini del Pentagono che ci hanno tenuto nascoste. Ricordo che tuttavia uno squisito assaggio dell’irrefrenabile voglia di complottiamo lo gustammo già in quell’autunno-inverno 2001, grazie ad un passaparola consegnato all’eternità: “Un mio amico-parente-conoscente ha dato la mancia a un marocchino e lui, per ringraziarlo, gli ha consigliato di non recarsi alla Rinascente intorno a Natale”. I marocchini, del resto, centrano sempre qualcosa, no?

Ricordi, ricordi, ricordi. Ecco, pensate se tutto ciò succedesse oggi. Come diceva Marina Massironi nel mitico sketch dei bulgari di Mai dire Gol: Rabbrividiamo.