C’é un nome che ha accompagnato la mia infanzia e quella di tutti coloro che sono nati negli anni ’80, inizio ’90. Quel nome, che in realtà é una leggenda, é Steven Spielberg.
Che fosse in veste di regista o produttore, Spielberg ha plasmato la mia generazione e quella precedente e, se siamo diventati un minimo delle belle persone sognatrici, il merito é solamente suo.
Ma c’é un film del papà di E.T. al quale sono affezionato in modo particolare, perché é la pellicola che mi fece innamorare del cinema: Jurassic Park.
Quando vidi per la prima volta in TV quei dinosauri, a metà degli anni ’90, rimasi a bocca aperta. Mi resi conto che nel cinema ogni cosa era possibile e che il grande schermo era un luogo nel quale qualsiasi storia poteva, effettivamente, prendere forma.
È un affermazione che oggi sembra banale, ma prima di Jurassic Park (e Terminator 2) non era del tutto così.
A distanza di 25 anni continuo a reputate Jurrasic Park un film di altissimo livello principalmente per due motivi.
Il primo é una caratteristica del cinema spilberghiano che, a sua volta, deriva da un’affermazione di Hitchcock: é ció che non conosciamo che ci fa paura.
Questa frase venne in mente a Spielberg sul set de Lo Squalo, dove, per motivi tecnici e di budget, la troupe non fu in grado di costruire uno squalo meccanico in grado di galleggiare. La soluzione fu semplice: non mostrare mai la bestia e farne solo percepire la presenza.
Questa soluzione divenne poi una caratteristica fondamentale nella filmografia di Steve, anche quando, con Jurassic Park, i problemi tecnici e di budget non esistevano più. I dinosauri sono i protagonisti della storia e per tutta quanta la durata del film sentiamo addosso il loro respiro e la loro presenza. Eppure, nelle 2 ore di pellicola, gli animali preistorici si vedono complessivamente per soli 16 minuti.
Chi ama il cinema non puó non avere la pelle d’oca ogni volta che rivede la scena dell’attacco del T – Rex alla Jeep, una sequenza in cui tutta la tensione é costruita sull’attesa dell’arrivo del dinosauro: l’impronta sulla strada, la capra che attende la sua morte, la recinzione metallica che si muove, il bicchiere d’acqua che traballa. Questo stile, che tornerà nei successivi film di Spielberg (vedi Il Mondo perduto e La Guerra dei Mondi) oggi lo si vede molto poco. Nei film odierni viene quasi sempre mostrato tutto subito e la tensione non viene più costruita tramite una lenta attesa, ma con l’utilizzo di un ritmo veloce, frenetico e serrato.
Il secondo aspetto che rende Jurassic Park un capolavoro é che, pur essendo un film di intrattenimento, aveva un’anima e voleva veicolare un messaggio: il pericolo del progresso, l’uomo che prova a diventare Dio, l’eterna lotta tra l’essere umano e la natura.
Jurassic Park é l’icona di un cinema che ormai non si vede più (o si vede poco). Oggi, fatta forse eccezione per i film di Nolan, il cinema di intrattenimento rimane tale, e il cinema d’autore devia sempre di più verso un linguaggio esageratamente sofisticato e filosofico. Manca totalmente quella via di mezzo.
Ci sono alcune serie TV che stanno provando a fare questo lavoro, ma purtroppo, quando ci provano non vengono capite. È questo é molto triste.