“L’illusione non si mangia”, disse la donna.

“Non si mangia, ma alimenta” ribattè il colonnello.

Tra il 1956 e il 1957, Gabriel Garcia Marquez scrive El coronel no tiene quien le escriba (Nessuno scrive al colonnello). Dieci anni prima del celeberrimo Cent’anni di solitudine e venticinque prima del meritato Nobel per la letteratura (1982).

Il protagonista, un anziano ex colonnello dell’esercito liberale, vive in una condizione di precarietà economica nella vana attesa che, prima o poi, gli venga riconosciuta la pensione di reduce di guerra. Ad aggravare la situazione, spesse volte priva sé stesso e la moglie del poco cibo a disposizione per dar il giusto sostentamento ad un gallo che incarna sia il ricordo del figlio defunto sia la speranza di futuri guadagni derivanti dalle lotte tra galli.

Quando anche i mobili di casa sono stati ormai venduti per racimolare qualche pesos, il colonnello sembra ormai arreso alla necessità di privarsi del suo gallo. Una volta incassato l’acconto, però, la sua tenacia (o testardaggine, dipende dai punti di vista) riaffiora e l’affare non va a buon fine, forte della sua incrollabile fede nell’imminente arrivo della pensione.

Smaltito il dovere di sintesi del libro, ora resta da spiegare perché proprio questo romanzo debba essere effigiato del titolo di “mio libro preferito”. “Perché è corto” potrebbero dire i più maligni, e devo dire che come sempre almeno in parte hanno ragione. Ma ad esser sincero le ragioni sono molteplici.

La prosa è meravigliosa per scorrevolezza, per musica, per tempi e per contenuti, ma per questo tipo di valutazione bastava ribadire il nome dello scrittore. Il romanzo in più ha il fascino delle cose un po’ nascoste, dei dettagli belli ma oscurati dalla maestosità di altre opere più grandi e famose (inutile dire che questo non è il romanzo più celebre di Gabo).

L’idea stessa è qualcosa di difficile da collocare: può sembrare ridicolo un uomo che si toglie il cibo per darlo ad un gallo, ma al contempo è crudele perché il cibo lo toglie pure alla moglie, o forse è drammatico un uomo che dopo 15 anni non si rassegna nell’attesa di una pensione che, seppur dovuta, mai arriverà? Ecco, credo che sia questo imbarazzo ad avermi rapito irrimediabilmente. La totale incapacità di schierarmi in favore o contro il protagonista perché forse, quello stordimento tra speranza e razionalità, è lo stesso che anima i nostri turbamenti più profondi e meno riconoscibili.

L’ultima cosa che son riuscito a riconoscere del fascino di questo libro è la durezza con cui la moglie tenta di riportare il colonnello sui binari del buon senso. Il protagonista sceglie di aspettare la pensione anziché lavorare perché sa che quella pensione è dovuta e se iniziasse a lavorare inevitabilmente svuoterebbe sé stesso del diritto a percepirla. L’uomo che mette al primo posto la dignità, un eroe praticamente.

“E tu stai morendo di fame”, disse la donna.

“Perché tu capisca che la dignità non si mangia”.

Ed è così che a fine libro, Gabriel Garcia Marquez ti lascia in fondo alla bocca quella nota amara, la consapevolezza che forse nel mondo, magari in America Latina, sicuramente in un paesino indeterminato della Colombia, non c’è posto per l’eroismo in un piatto vuoto.