Ho sempre creduto che fosse possibile piangere per tutta la durata di un film, ma che si potesse balzare così rapidamente dalle lacrime della risata più fragorosa a quelle della commozione più lacerante no, questo proprio non me lo sarei mai immaginato.

E questo è il motivo per cui reputo “La vita è bella” il più bel film della storia del cinema, quantomeno di quella italiana.

Un film sulla tragedia ebrea della Seconda guerra mondiale, una tragedia nella tragedia. Un tema trito e ritrito, forse l’unico aspetto di quel conflitto che tutti, anche i meno informati, conoscono. Una ferita largamente documentata da numerosi film, anche di pregevole caratura. Eppure, il film di Roberto Benigni spicca, si distanzia da tutti gli altri, emerge al di sopra delle altre pellicole.

La sua doppia anima, quella della commedia e della tragedia, ad una prima occhiata coesistono intervallandosi (perchè alla risata segue la tristezza) ma poi, a ben vedere, si danno la mano in ogni scena, dove l’allegria lima gli spigoli della crudele realtà, e dove l’angoscia sembra dare più corpo ad ogni battuta.

Verso la fine del film, però, c’è una scena (forse LA scena) dove spazio per la risata non ci può essere. Come quei momenti in cui la vita sembra dirti “Tu fin qua hai riso fin troppo”. Giosuè vede il padre camminare, seguito da un uomo con il fucile e nei suoi occhi sembra scoppiare tutta insieme la realtà, bestiale e rancida, che gli era stata abilmente nascosta sotto le vesti del gioco. In quel momento, gesto d’intesa e l’attore si concede un goffo, giullaresco, infantile passo di marcia. Il viso del figliolo si squarcia in un due, in un meraviglioso sorriso.

Perché si può ridere sempre, e si deve ridere sempre, soprattutto nei momento tragici. Quel “babbo” è riuscito a far ridere il proprio figlio poco prima di esser fucilato, regalandogli per sempre la spensieratezza.

Quale significato può avere, nel 2019, ribadire la bellezza di questo film, peraltro già suggellata da numerosi premi mondiali?

Credo che abbia senso, perché nel 2019 servirebbero tanti più Guido Orefice per i nostri Giosuè.

Nell’epoca degli odiatori seriali, delle minacce e delle offese quotidiane, servirebbero centinaia di mamme e papà in grado di convincere i propri figli di esser finiti, per caso o chissà perché, in un grande gioco dove la gente si odia, ma per finta. “Se ad ogni vaffanculo che senti al semaforo rispondi con un sorriso, guadagni un punto! A mille si vince un carroarmato!”.

Il titolo del film è una storia a sé, ma decisivo fu il ritrovamento di una frase scritta da Primo Levi nel suo “Se questo è un uomo”.

“Io pensavo che la vita fuori era bella, e sarebbe ancora stata bella, e sarebbe stato veramente un peccato lasciarsi sommergere adesso”.

Ecco che fare allora: rispolveriamo il lettore VHS e guardiamo una volta in più il film italiano vincitore di tre premi oscar. Impariamo ancora una volta a prenderci al volo l’un l’altro gridandoci “Buongiorno principessa!”, a proibire l’ingresso in bottega solamente ai ragni e ai Visigoti, a sentire parlar d’odio ma tradurre il tutto con frasi scanzonate.

Impariamo di nuovo che la vita è bella e che mi mancano 1000 punti per vincere il carro armato.