“Io ho paura della morte. Ho paura di morire qui dentro”. Dice così Bruce Wayne (alias Batman) verso la fine del film “Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno”.

Chissà se quelle stesse parole le hanno pensate anche le persone che, la notte del 19 luglio 2012, stavano assistendo alla proiezione del capitolo finale della trilogia, all’interno del cinema Aurora nel Colorado. Era circa mezzanotte e mezza quando, nel buio della sala, un ragazzo di 24 anni lanció dei lacrimogeni e sparò innumerevoli colpi di arma da fuoco che colpirono la folla. 12 morti e un sacco di feriti.

Ricordo bene gli articoli sui giornali il giorno seguente e ricordo bene l’indignazione che provai.

Non si può morire andando al cinema, così come non si può morire ballando ad un concerto o guardando una partita di calcio in piazza. Ricordo anche la strumentalizzazione che ne seguì e di come alcuni ne approfittarono per sostenere ancora una volta la tesi secondo la quale la violenza nel cinema influenzerebbe la società. No, se una persona entra in un cinema e compie una strage uccidendo degli innocenti la colpa non è dei film, dei fumetti o dei videogiochi. È troppo facile semplificare in questo modo cercando di trovare un immediato capro espiatorio.

La verità è che quella sera, come tante altre sere, qualcosa non ha funzionato: il sistema di sicurezza del cinema oppure il fatto che un individuo qualunque possa aver acquistato legalmente armi da fuoco e fucili d’assalto.

Non spetta a me sentenziare. L’unica cosa che conta è che quella notte, uomini e donne che volevano trascorrere una serata in compagnia dei propri fidanzati , amici e figli o semplicemente desideravano con trepidazione assistere alla conclusione della saga del loro eroe preferito, sono state brutalmente assassinate senza alcun motivo.

Questa è una cosa che può accadere. Non nel terzo millennio. Non nel mondo occidentale. Eppure non solo è accaduta, ma purtroppo accadrà ancora.