È il 14 agosto di un anno fa e sono in montagna spalmata su una panchina a dare consigli inascoltati su come grigliare la carne. Siamo sei o sette ventenni, siamo in vacanza e ce la stiamo godendo alla grande, tra una birra e una partita a Perudo. Il cellulare non prende benissimo, ma qualcuno riesce ad accedere a Facebook. Ecco, più o meno lo abbiamo scoperto così.

Un anno fa è crollato il Ponte Morandi. Io, che non so assolutamente nulla di geografia, strade e senso dell’orientamento, non ho idea di dove si trovi. Me lo spiegano in fretta e furia, e mentre me ne parla una mia amica sgrana gli occhi: “Ma Tizio e Caio hanno preso quella strada lì per andare al mare oggi!”. Partono messaggi a raffica per assicurarsi che tutti stiano bene.

Nel frattempo qualcuno cerca altre notizie. Lo leggo nello sguardo di ciascuno, “lì potevo esserci io”. Certo, da bravi piemontesi quali siamo per noi il mare è quello ligure. E davvero avremmo potuto decidere di andare al mare invece che in montagna. Una scelta assolutamente casuale, e ti ritrovi un ponte che ti crolla sotto le ruote.

Qualcuno ha trovato un video, ci stringiamo per guardare lo schermo del telefonino: è terribile, il ponte che crolla è veramente una scena angosciante. E poi quel camion, quell’autista così fortunato da essere riuscito a fermarsi in tempo. Quanto ne abbiamo parlato durante quella vacanza. Che immagini spaventose.

Dopo lo spavento, dopo aver ricevuto feedback da ogni amico/parente anche solo vagamente vicino al confine con la Liguria, arriviamo alle speculazioni. E ai commenti sui provvedimenti politici presi a caldo. Ne abbiamo discusso in lungo e in largo, analizzando, confrontando dati e leggi e alla fine dimenticandocene. Dopotutto, il giorno dopo era Ferragosto, non potevamo rovinarcelo così.

Eppure, quando sono poi andata al mare dopo quel crollo, non ho smesso un secondo di aggrapparmi al sedile della macchina ad ogni ponte. E il mio amico che stava guidando ha borbottato un paio di volte: “Ma questi ponti non finiscono mai?”