Ho visto per la prima volta il film “Coach Carter” quando avevo poco più di 20 anni. Ne sono venuto a conoscenza quasi per caso, in una piovosa mattina di ottobre in cui non c’erano lezioni universitarie o esami da preparare.

Cercavo un film sulla pallacanestro e mi attirò il fatto che questo fosse tratto da una storia vera: Ken Carter è infatti un allenatore di pallacanestro che a fine anni ‘90 decise di prendere in mano la squadra di pallacanestro del suo vecchio Liceo, la Richmond High School. Al suo arrivo, si trovò davanti ad una situazione molto complicata: una squadra che la stagione precedente aveva vinto solo 4 partite ed una scuola che rispecchiava il tessuto sociale della città, multietnico e molto complesso.

L’ovvia conseguenza era la scarsa preparazione degli studenti, che difficilmente proseguivano gli studi al college e tendevano invece ad avvicinarsi alla microcriminalità e delinquenza. La sfida che si trova ad affrontare il protagonista non è solo sportiva, ma anche sociale: modificare la mentalità dei suoi ragazzi, partendo dal campo per arrivare alla vita quotidiana, diventa quindi l’obiettivo principale di Coach Carter.

Il messaggio da lui veicolato è che solo il costante impegno, l’onesta, la dedizione e lo spirito di sacrificio si possono ottenere risultati sul campo da pallacanestro ma anche, e soprattutto, sui banchi di scuola e nella vita. La vittoria sul campo è importante ma lo è altrettanto la carriera ed il rendimento scolastico.

Coach Carter, pur di perseguire e rispettare il suo credo fino in fondo, arriva a far chiudere la palestra e sospendere gli allenamenti (nonostante il primo posto della squadra nel campionato statale) quando venne a sapere che alcuni suoi studenti continuavano a saltare le lezioni e ad avere scarsi risultati negli studi. Questo lo portò ad uno scontro totale con genitori e dirigenti scolastici che, nonostante la sua resistenza ed opposizione, lo obbligarono a riaprire le porte della palestra.

Nonostante ciò, i suoi giocatori si fecero trovare all’interno della campo di gioco ma seduti sui banchi, e non in divisa da gioco, pronti ad impegnarsi per raggiungere l’obiettivo imposto dal loro allenatore, regalandogli quella che lui stesso definirà la sua più grande vittoria.

Coach Carter si rivela quindi un vero e proprio educatore più che un allenatore, una figura centrale nella vita dei ragazzi grazie alla quale tanti riusciranno a prendersi la propria rivincita, togliendosi dalla strada e proseguendo gli studi al College.

Coach Carter è un film che mi ha emoziona perché oltre non è solo una storia di pallacanestro liceale ma un esempio positivo di come una persona semplice, ma mossa da valori ed ideali importanti, possa combattere e modificare con successo la mentalità di ragazzi provenienti da una situazione sociale e famigliare complessa, che spesso li condurrebbe ad una vita al limite della legalità.

A dimostrazione di come questo possa essere un film non solo per appassionati di pallacanestro o sportivi, voglio concludere questa breve recensione con quello che considero come uno dei monologhi più belli che siano stati mai scritti e che maggiormente rimane scolpito nella mia mente, pronunciato da uno dei giocatori della Richmond High School verso la fine del film.

“La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati.
La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa. Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo, non c’è nulla di illuminante nel rinchiudersi in sè stessi così che le persone intorno a noi si sentiranno insicure. Noi siamo nati per rendere manifesta la gloria che c’è dentro di noi, non è solo in alcuni di noi è in tutti noi. Se noi lasciamo la nostra luce splendere inconsciamente diamo alle altre persone il permesso di fare lo stesso. Appena ci liberiamo dalla nostra paura la nostra presenza automaticamente libera gli altri.”