Novembre 2014. “Interstellar” esce nelle sale cinematografiche accompagnato da una sostenuta critica e da un buon successo al botteghino. A decretare il suo successo, di critica e incasso, però, non è la fotografia di Van Hoytema che dà la possibilità di immergersi in infinite quanto realistiche scene dello spazio annichilendo qualsiasi ego, non sono nemmeno le profonde e minimaliste tracce di Hans Zimmer che si alternano a sovraumani silenzi, non si tratta neanche dell’eccellente supervisione scientifica di Kip Thorne che non discosta mai troppo scienza e fantascienza lasciandole appese a una sottile linea rossa.

I motivi che rendono eccezionale questo film sono tutti contenuti nella trama che, seppur cita parzialmente i capolavori di Kubrick e Kaufman, è una visione a sé stante con le radici in questi tre elementi:

-L’antropocentrismo. Tratta l’esperienza di questi cosmonauti come quella non solo di una ricerca di un nuovo pianeta, ma di un viaggio di ricerca, indagine e scoperta nell’io collettivo e individuale umano. Un viaggio tout court nella necessità di costruire legami, raccontare e comprendere cosa siamo. Una trama che per farlo fonde insieme immagine, musica e letteratura citando anche Nietzsche e un’intera poesia di Dylan Thomas. Una trama che nasce con la ricerca del “loro” e finisce con la scoperta del “noi”;

-L’ecologia. Lascia sottintendere che non vi sia più futuro sulla Terra per l’umanità a causa della sua stessa spinta autodistruttiva generata dall’opulenza del modello capitalistico e dandone una realistica descrizione non troppo vicina ai giorni nostri, ma non troppo lontana per non allarmare. Un film che si è mostrato visionario un lustro prima del climate change ed evitando le classiche banalizzazioni del caso. Questo è il punto di partenza e il tema sotteso a tutta la storia, non un semplice contorno;

-Il tempo, fil rouge che lega tutti i personaggi e i temi e che nelle scene si ritrova spesso richiamato. Dimensione che si può apprezzare nelle infinite e silenziose fotografie dello spazio, al particolare e mai troppo sovrapposto rapporto tra quantistica e fantascienza, ove si arriva a prevedere la fotografia dei buchi neri, sino al complesso rapporto a distanza tra padre e figlia. Uno dei nuclei della storia.

È un film che si presta davvero a diverse stratificazioni nella lettura e che non sembra lasciare mai nulla al caso, specie nei dettagli. Tutto ha una precisa funzione. Lo si apprezza soprattutto per questa cura maniacale dei dettagli. Ecco perché lo apprezzo così tanto.