Ti prendo e ti porto via é un romanzo che lascia l’amaro in bocca, uno di quei libri che una volta letti non lasciano indifferenti. È una storia apparentemente semplice e forse é proprio quella sua apparente semplicità che lo rende un testo al quale é impossibile non affezionarsi.
Si tratta forse di uno dei romanzi più riusciti di Ammaniti perché, ancora più degli altri suoi testi, riesce a scavare nel profondo dell’animo umano. È un romanzo crudo, violento e grottesco, che parla di tanti temi ma forse, il tema principale dell’opera, é l’amore descritto in due forme e in due stadi diversi:
Da una parte l’amore adolescenziale, quello di Pietro e Gloria che ne stanno scoprendo la magia e le difficoltà. Dall’altra quello di Graziano e Flora, due adulti verso i 40, dove l’amore rappresenta la ricerca di un riscatto.
In entrambe le relazioni tuttavia l’amore é quella leva che vuole creare una svolta nelle vite opposte dei protagonisti: in Pietro, figlio di una squallida famiglia, e Gloria che appartiene ad un altro stato sociale. Ma anche in Graziano, latin lover per eccellenza e Flora, donna che di relazioni sentimentali non ne ha mai avute.
Da una parte la scoperta dell’amore é qualcosa di sottile che avviene poco a poco con entusiasmo, dall’altra invece é una materia che deve fare i conti con i rispettivi passati e che procede cercando di rimuovere le rispettive paure.
Ma Ammaniti, e chi lo conosce bene lo sa, non é uno scrittore di romanzi rosa e anche in Ti Prendo e ti porto via viene fuori, fin dalle prime pagine, il lato grottesco.
Le parole di Ammaniti sono dirette e le due vicende raccontate sono solo il pretesto per narrare una storia esasperata, dove il confine tra reale e surreale diviene sempre più sottile.
Il linguaggio é asciutto e ogni singolo avvenimento, anche il più crudo e il più assurdo, viene raccontato in maniera talmente realistica, distaccata e apatica da rendere alcune pagine un pugno nello stomaco.
La parole si susseguono velocemente, la narrazione non si ferma mai e il lettore si trova a sfogliare le pagine senza aver il tempo di riflettere e di meditare. Si viene travolti dalla storia e, impotenti, si assiste al suo surreale e tragico sviluppo.
È un romanzo in cui si aprono tante porte e si chiudono ben pochi portoni perché, come ci ricorda Ammaniti in quasi tutti i suoi libri, spesso le cose accadono senza un motivo.
Passiamo la nostra vita a cercare le ragioni dietro ogni avvenimento e a chiederci continuamente perché ci sia accaduto qualcosa.
Ma la verità é che non c’é un perché, non c’é nessuna ragione. Viviamo una vita ingiusta in cui gli innocenti si trovano a pagare per delle colpe non loro, in cui i sacrifici non é detto che vengano ripagati e dove se hai commesso un errore non é scontato che tu possa porvi rimedio.
Ma se questa é tendenzialmente una costante nelle opere dello scrittore romano, in questo romanzo c’é qualcosa, un piccolo elemento, che lo rende superiore a tutti gli altri testi: la speranza. Una speranza tenue, debole, appena appena visibile, ma che riesce, nonostante l’amaro in bocca lasciato dal romanzo, a far chiudere le ultime pagine con un sorriso. Quella speranza semplice e forte allo stesso tempo, racchiusa nelle ultime banali righe del testo, quelle che recitano “Aspettami e preparati. Perché quando passo da lì, ti prendo e ti porto via”.