Di Alessio Mason

“The Shawshank Redemption”, ovvero l’unico caso di film il cui titolo tradotto in italiano è probabilmente migliore dell’originale. Perché il titolo italiano, “Le ali della libertà”, per quanto ci si possa chiedere da dove sia saltato fuori, riassume ancora meglio di quanto non faccia l’originale il contenuto del film.

Perché questo non è un film su una redenzione, o uno spaccato di vita sulla vita di prigione. Certo, è anche questo, e racconta molto bene le sofferenze di chi “è dentro”. Le storie dei vari detenuti, tutti assolutamente innocenti, la storia delle guardie, del capitano Hadley, di Norton e della contrapposizione tra ciò che dicono e in cui dicono di credere e ciò che fanno, e infine quella struggente di Brooks, “istituzionalizzato” e incapace di tornare a vivere al di fuori di Shawshank.

Ma no, questo film racconta proprio di libertà, e soprattutto, di speranza.
Speranza che Andy, il protagonista, è l’unico a non perdere, durante tutti i 20 anni di reclusione. Speranza che alimenta giorno dopo giorno, cercando di tenersi occupato e, nel frattempo, cercando di trovare un modo per evadere. Speranza che non perde nonostante l’unico strumento che ha a disposizione sia un piccolo scalpello con cui, dice Red, ci vorranno 500 anni per scavare un tunnel. E invece, no, ce ne vanno solo 20.

È incredibile come, nonostante l’abbia visto ormai un sacco di volte, la scena del mattino dopo la fuga riesca sempre a catturarmi. Certo, forse un po’ scontata, romanzata e poco credibile, ma nondimeno affascinante. Soprattutto perché nemmeno Red, l’amico di sempre, che conosceva Andy meglio di chiunque altro, si sarebbe aspettato un simile epilogo. Questo, forse, e ciò che più mi colpisce di quelle sequenze.

E poi, le ultime scene. Quando passate le 2 ore di film si pensa di aver visto tutto, ecco che arriva il climax. Prima la scena all’ombra del grande albero, dove Red trova la lettera che Andy gli ha lasciato, e poi l’ultimo abbraccio tra i due ci insegnano il valore della speranza, che, dicono, è sempre l’ultima a morire. Ed è giusto che sia così, perché come recitava la frase promozionale del film, è la speranza a rendere davvero liberi.