“Shutter Island” non è il film più sconvolgente, ben fatto, geniale che io abbia mai visto. Ne potrei citare molti altri considerati migliori sia dalla critica che dai non addetti ai lavori. Eppure per me resta irraggiungibile, perché è stato il primo. Il primo di una lunga serie, ma pur sempre il primo.
Corre l’anno 2011 e scopro l’esistenza (e il finale) di “Shutter Island” grazie a “Kevin Spacey” di Caparezza. Mi dico che non ne vale la pena, che ormai c’è stato lo spoiler e quindi me lo sono rovinato per sempre. Da allora l’ho visto almeno sei volte.
Non so cosa mi catturi di più, se l’aspetto psicologico, quello estetico oppure quel non so che di più sotterraneo, una sorta di malessere tenue ma presente durante tutto il film. Ci sono molti motivi per cui riguarderei questa pellicola all’infinito: la colonna sonora in primis. Non è solo accompagnatrice, è protagonista in più punti, facendo sentire lo spettatore fuori posto quel tanto che basta. Per non parlare poi dei personaggi e dei loro interpreti, scelti in maniera impeccabile. Addirittura il montaggio, che è una di quelle cose a cui poco spesso faccio caso, mi ha colpita: la tempistica è fondamentale in film di questo tipo, e in questo caso l’alternanza delle scene rende perfettamente l’andamento della storia.
Ma questi sono ragionamenti a posteriori, quelli fatti quando il film lo avevo già visto, rivisto e imparato a memoria. La cosa che mi ha colpita maggiormente, in realtà, è stata banalmente la trama. Questo intendo quando dico che è stato il primo: il primo film di questo genere, il primo thriller psicologico che io abbia mai visto, il primo che richiedesse un impegno da parte dello spettatore. “Shutter Island” mi ha spalancato le porte del cinema e non posso che sentirmici particolarmente legata. Per questo l’ho apprezzato forse anche troppo rispetto ad altri film con trame più complesse ed intriganti, perché, per quanto soddisfacenti a livello mentale, sul piano affettivo non possono esserci paragoni.