di Gabriele Zanier

Amo leggere da quando sono bambino. Sarebbe impossibile provare a ricordarmi anche solo la metà dei titoli letti in circa 20 anni; ma nella vita di ogni appassionato lettore ci sono dei testi che restano scolpiti nella mente, impossibili da dimenticare anche a distanza di anni, che hanno in qualche modo modificato la visione del mondo, e creato un vortice di emozioni impossibile da reprimere.

Per me uno di questi testi è stato “Il sole dei morenti” di Jean Claude Izzo, scrittore, drammaturgo e giornalista marsigliese morto purtroppo troppo presto. E questo romanzo, suo quinto e ultimo, scritto durante i mesi della sua malattia e ultimato poche settimane prima della morte, rappresenta il suo capolavoro, il suo enorme lascito.

Durante il libro non leggiamo la storia di un uomo importante, di un eroe. Non leggiamo neanche una storia con una trama originale o particolarmente allegorica. Anche la scrittura è molto semplice, diretta. Eppure riesce ad entrarti dentro, in maniera forte e pungente, lasciandoti per tutto il tempo una sensazione di profonda rabbia, di disgusto. È, molto semplicemente, la storia di Rico.

E tutti noi di Rico ne abbiamo visti molti, ne vediamo continuamente tutti i giorni, spesso con indifferenza. Ne sentiamo parlare ogni tanto in televisione, come numeri. Qualche volta scopriamo che un Rico qualunque è morto, per il freddo d’inverno o per il caldo d’estate. Eppure riusciamo ad indignarci, mentre beviamo un caffè la mattina, appena svegli, solo quando sentiamo che uno è morto perchè picchiato o bruciato dalla cattiveria di un gruppo di ragazzi annoiati. Poi, il tempo di finire il caffè e uscire di casa, e già ci siamo dimenticati di lui e di tutti gli altri. Sì, perchè Rico è un senzatetto francese, senza un cognome, senza un soldo. Ma con una storia da raccontare e da finire. Non una storia gloriosa, ma vera. Più reale di qualunque altra mai sentita prima.

E il romanzo si sviluppa seguendo Rico che decide, dopo la mote del suo amico e compagno di strada Titì, di lasciare Parigi e tornare in quella Marsiglia tanto cara nei ricordi della sua giovinezza. E lo fa per un ricordo in particolare, quello di Lea, il suo primo amore. Ed è durante questo viaggio che scopriamo la vita passata di Rico. Non in maniera ordinata, cronologica, ma attraverso una serie di flashback a volte difficili da collocare, confusi e annebbiati esattamente come lo è Rico. Nonostante ciò li capiamo, li facciamo nostri. E scopriamo di tutte le donne della sua vita, l’ex moglie Sophie da cui ebbe un figlio che non vede da tempo. Scopriamo che la sua era una vita come tante, con un buon lavoro e forse un po’ infelice. Poi la separazione, l’abisso dell’alcolismo, l’incontro con Julia, insieme nell’oscurità per poi precipitare verso il fondo. Quindi,in un precipitare di eventi durato qualche anno si ritrova prima disoccupato, poi senza casa. Ma soprattutto con poca voglia di vivere.

Ed è a quel punto che capiamo che anche noi, con una scelta sbagliata, un momento di sfortuna, anche noi possiamo diventare Rico. E capiamo perchè vuole tornare da lei, Lea, l’unico dei tanti ricordi che ha senza essere macchiato da tristezza, la sola speranza a cui aggrapparsi. Oh una speranza illusoria, Rico, forse, lo sa. Ma tutto ciò che gli resta. Così, mentre disperatamente scopriamo la sua storia, ci immergiamo nel lungo viaggio di Rico, durante il quale incontra tante persone come lui, Dedè, Felix, Monique e Mirijana. Tutte persone con in comune l’essere stati dimenticati, nascosti da una società che al contempo emerge con cattiveria, come quando due poliziotti abbandonano Rico sul raccordo autostradale, in mezzo alla neve, da solo. O come quando viene cacciato giù dal treno solo perchè non può permettersi un biglietto; come i due papponi che lo picchiano, così, per divertimento.

Non sappiamo bene come, ma Rico ci arriva a Marsiglia. Ormai la mente non lo sostiene più, il fisico ancora meno. Solo un ragazzino, Abdoul, gli sta vicino, lo ascolta. Ed è Abdoul la voce narrante di questa confusa storia, dell’intero libro, come se avesse voluto che Rico non fosse solo il senzatetto che a malapena notiamo, al massimo con commiserazione . Come se volesse dirci che lì, Rico trova un’effimera felicità. Infatti rivede spesso Lea, la rivede quando sente gli odori del porto. La rivede passeggiando per le strette vie che si intersecano su per la città. La rivede, mentre stringe le dita di Abdoul, guardando un pallido sole che tramonta. Il sole dei morenti.