Conosco le battute a memoria di due film. Il primo è Armageddon. (A proposito di Michael Bay: altro che la banana di Cattelan, la vera arte moderna è lo strepitoso 6 Underground. Oscar subito). Il secondo è Indiana Jones e l’Ultima Crociata. Quando intendo conoscere le battute a memoria, non esagero. Le conosco tutte. Saprei recitarle per intero, dalla prima all’ultima, riproducendo la stessa espressione degli attori, se volete. Saprei disegnarvi su un foglio l’inquadratura di ogni singola scena. E ne vado fiero. Tutto ciò fa curriculum? Non credo. Pazienza, sarà per un’altra vita, fratello.

Due film a memoria, dicevo. Ma se devo indicare il film a cui sono più legato, dico senza dubbio The Last Crusade. Per svariate ragioni.

Liberiamoci subito da quelle nostalgic-sentimentali: è tipo il secondo film che ho visto al cinema da ragazzino, anno di grazia 1989, avevo otto anni, cinema Margherita, accompagnato da mio padre, ero talmente eccitato che volevo staccare la locandina (che allora erano ancora disegnate) enorme affissa all’ingresso e portarmela a casa; conservo ancora la registrazione su videocassetta della prima visione del film, su Canale 5 nel 1992 (allora dall’uscita in sala alla televisione passavano come minimo tre anni, e c’era il gusto dell’attesa che ti faceva gustare ancora meglio il film, ma il boomer che è in me non dirà bei tempi, non tutte le lacrime sono un male); e con gli amici, nell’intervallo o nel dopo scuola, mi divertivo a reinterpretare le scene del film. Totale delle volte che ho rivisto IJELUC: tipo centocinquanta, posso tranquillamente competere con l’Uomo dei Fumetti. (“Questo è stato il peggior film di Cosmic Wars mai realizzato. Lo vedrò solo altre tre volte. Oggi”).

Pagato il doveroso tributo al ‘signora mia che tempi erano quelli’, concentriamoci sul fattore artistico del film. E qui mica si scherza. Adoro, anzi amo, Indiana Jones e l’Ultima Crociata anche – soprattutto? – perché è firmato da Steven Spielberg, ed esattamente come per il Dawson pre-meme, anche per il sottoscritto Spielberg è dio. Ho visto e rivisto tutti i suoi film e li conservo nel cuore, Tintin compreso: ed è una venerazione che soddisfa pure le esigenze estetiche, visto che il Nostro ha firmato opere entrate nella storia del cinema. (Del resto, uno che a 25 anni realizza una robetta come Duel, qualche talento deve pure averlo).

Tanto per rendere l’idea: per me Spielberg potrebbe dirigere il remake di The Lady e già all’annuncio sui giornali urlerei che è un capolavoro. Metto le mani avanti e rispondo all’inevitabile obiezione: amico mio, d’accordo su tutto, ma come hai fatto a perdonare al grande Steven di aver voluto fare Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo? Semplice: nel mio multiverso quel film non è mai stato girato, proprio come Roma-Liverpool non è mai stata giocata nel multiverso di Chicco Lazzaretti de I ragazzi della Terza C.

Veniamo al film, finalmente? Direi di sì, perché siamo già a oltre metà articolo. Indiana Jones e l’Ultima Crociata è, semplicemente, una macchina perfetta dove funziona ogni cosa. Azione, avventura, divertimento, i maledetti nazisti, buoni sentimenti e esoterismo, tutto miscelato a dosi giuste e con il giusto ritmo. Cinema allo stato puro. E successo inevitabile: incassò più soldi che la Ferrero con i nuovi Nutella Biscuits.

Nel film ci sono battute e sequenze memorabili: le catacombe di Venezia, la fuga dal castello austriaco, il faccia a faccia con Hitler, l’inseguimento nel deserto, le ‘tre prove’ nel tempio di Alessandretta (‘Solo l’uomo penitente potrà passare’). Vengono, poi, rivelati dettagli cruciali sulla biografia del nostro archeologo preferito: il perché della sua fobia per i serpenti (il giovane Indiana è interpretato dal povero River Phoenix, fratello di Joaquin), l’origine della cicatrice sul mento, della frusta e, soprattutto, da dove arriva il suo nome, pardon, soprannome.

C’è un duetto di attori tra i migliori nella storia del cinema: e, qui va detto, il buon Harrison Ford non se la prenderà, il padre di Indiana (‘Ti ho detto di non chiamarmi Junior!’) interpretato dal grande Sean Connery ruba la scena a più riprese al figlio che sulla carta dovrebbe essere il protagonista. (La scelta di Connery non fu casuale perché, come spiegarono ai tempi Spielberg e l’altro creatore di Indy, George Lucas, tra le ispirazioni del personaggio c’è James Bond.).

Grazie a papà Jones – e in minor parte al Marcus Brody di Denholm Elliott, che tra qualche giorno rivedrete su Italia Uno in ‘Una poltrona per due’ – viene garantita al film quella leggerezza e quell’ironia che mancava a Episode II, cioè Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Non a caso, definito da Lucas il capitolo più cupo della saga. (La dea Kalì, certo, il cuore strappato dal petto, certo, ma anche il cervello di scimmia semifreddo e il brodino di occhi).

E a proposito di saga: The Last Crusade fu il mio primo ‘Indiana’. Vidi ‘Il Tempio Maledetto’ e il capostipite ‘I Predatori dell’Arca Perduta’ solo qualche anno più tardi. E forse è per questo che il terzo film di Indiana Jones è quello a cui sono più legato. Quanto ai Teschio di Cristallo, allora non mi ascoltate: di quale Teschio di Cristallo state parlando?