Il 6 Novembre si sono tenute in Usa le elezioni legislative di “medio termine”, chiamate così perché avvengono ogni due anni e ogni quattro coincidono con la metà del mandato presidenziale. Sono elezioni sempre molto attese perché rappresentano di fatto l’unico modo per capire veramente che aria tira tra gli elettori americani. In Usa, infatti, non esiste la crisi di governo – le procedure di impeachment sono un’altra cosa ed è quasi impossibile che riescano a far cadere un governo – e il presidente rimane in carica 4 anni.

Dopo due anni di governo Trump, quindi, che aria tira? Fondamentalmente quella che ci si aspettava. I Democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera con ampio margine (al momento in cui scrivo non ci sono i dati definitivi di tutti i seggi) ma allo stesso tempo i Repubblicani hanno consolidato la loro maggioranza al Senato.

Sembrerebbe un pareggio ma va analizzato un po’ meglio.
Se si contano i voti totali espressi per l’una o l’altra parte, si vede chiaramente come i Democratici abbiano preso quasi il 10% di voti in più – va sempre ricordato che nel sistema elettorale americano prendere più voti non vuol dire necessariamente vincere – e di come l’elettorato femminile sia stato determinante in tutte le vittorie democratiche (o sconfitte repubblicane), non a caso sono state elette tantissime donne. La forza propulsiva dei candidati democratici è stata notevole e si farà sentire ancora per molto tempo.

Nella politica americana queste elezioni sono poi considerate un “referendum” sul presidente Usa e capita spesso che vedano la sconfitta del suo partito di appartenenza. Perfino con Obama nel suo primo mandato furono disastrose. Con un presidente divisivo come Trump non poteva accadere diversamente. C’è però da dire che comunque i Repubblicani sono riusciti a mantenere e a rafforzare il proprio numero di senatori. Una cosa non impossibile – c’erano molti politici democratici “in uscita” che dovevano difendersi e facilmente attaccabili e si votava principalmente in stati storicamente molto repubblicani – ma nemmeno scontata. Non è un caso che Trump, negli stessi istanti in cui perdeva la Camera, su Twitter manifestava tutta la sua gioia per il “grande successo” al Senato e se ne attribuiva tutto il merito. Trump’s gonna Trump.

Queste elezioni condizioneranno inevitabilmente la politica americana dei prossimi due anni e iniziano a darci qualche suggerimento su quelli che potrebbero essere i candidati alle prossime elezioni presidenziali. Trump non potrà più far approvare i suoi provvedimenti tanto facilmente (e difficoltà ne aveva anche prima) avendo la Camera apertamente ostile e soprattutto i nuovi deputati non saranno tanto inclini al compromesso.

Sono state, infatti, elezioni molto “radicali” e tanti dei nuovi eletti sono personaggi che fanno della politica dal basso, partecipata e attiva la loro base. Più che politici classici sono attivisti da prima linea che hanno guadagnato voto su voto battendo strada per strada.

Un esempio di questo lo si trova nella vittoria (ma era favorita fin da subito) della democratica Alexandria Ocasio-Cortez di New York che a soli 29 anni (insieme ad un’altra democratica eletta in Iowa, Abby Finkenauer) si appresta a diventare la donna più giovane mai eletta al Congresso. La Ocasio-Cortez è una delle politiche più “famose” e conosciute anche all’estero, con un programma che lei definisce orgogliosamente socialista (parola tabù in Usa) e che sicuramente è di rottura e molto progressista. La sua campagna è stata finanziata solamente dai cittadini e si è composta di tantissimi dibatti e soprattutto ascolto delle persone.

Si possono dire più o meno le stesse cose di altre due donne democratiche uscite vittoriose: Rashida Tlaib e Ilhan Omar saranno le prime due donne musulmane elette al Congresso. Tlaib aveva un forte supporto da gruppi molto di sinistra americani e Omar è arrivata in America 20 anni fa come rifugiata somala. Sarà anche la prima volta per altre due donne, le native americane Sharice Davids and Deb Haaland. La Davids, oltre a essere anche un’esponente del movimento Lgbt, è un’ ex lottatrice di MMA, vagli a dare contro se ne hai il coraggio.

Non solo chi ha vinto si è distinto. Due candidati democratici che hanno perso, rispettivamente in Texas e in Florida, hanno catalizzato l’attenzione dei media durante la campagna elettorale. Sto parlando di Beto O’Rourke e di Andrew Gillum.

Gillum è un politico afroamericano ed è considerato un pò il nuovo Obama. La sua sconfitta è stata veramente di misura (meno di 100mila voti) ma sentiremo ancora parlare di lui. Chi sicuramente, pur perdendo, esce a testa altissima e con una forte spinta verso le presidenziali è O’Rourke. Lottava per un seggio in Texas, stato storicamente repubblicano, contro il fortissimo e famosissimo avversario Ted Cruz. La campagna di O’Rourke è stata fenomenale e ha dato prova di un carisma e doti oratorie eccezionali, cose che in America contano. E’ riuscito a raccogliere tantissimi fondi, farsi conoscere dal grande pubblico (anche quello internazionale) e immediatamente dopo la sconfitta – già virale il video dove ringrazia i suoi attivisti perché “fucking proud” di loro – sono partiti endorsement pubblici per una sua candidatura nel 2020. Vedremo.

Altre storie notevoli: il repubblicano Don Young è stato eletto a 85 anni per il suo 24° mandato in Alaska; il democratico Jared Polis, eletto in Colorado, è il primo governatore uomo dichiaratamente gay eletto negli Usa.
In queste elezioni si votava, come consuetudine, anche per alcuni referendum in alcuni stati. E’ passato quello sulla legalizzazione della marjuana in Michigan ma sono anche passati quelli contro l’aborto e i fondi alle organizzazioni che se ne occupano in Alabama e West Virginia. Quello più importante e combattuto è stato in Florida ed era relativo al concedere il diritto di voto a chi ha avuto procedimenti penali ed è stato in carcere. E’ passato ed è una vittoria soprattutto per le minoranze etniche, statisticamente più inclini ad essere arrestati e messi in galera.

Nelle prossime ore e giorni (negli stati in cui si va verso un ballottaggio) inizieremo a vedere le conseguenze di questo voto. I Democratici hanno rispettato le attese ma allo stesso tempo non c’è stato quel crollo Repubblicano che qualcuno si aspettava (o sperava), segno che l’elettorato più di destra e conservatore non è così scollato da Trump. E’ altrettanto vero che non mancano i segnali di parte dell’elettorato repubblicano che ha cambiato “sponda” e ha voluto mandare un segnale verso il presidente. Vedremo se la politica muscolare e sfacciata di Trump cambierà o se continuerà sulla sua strada, magari preparandosi già per la campagna elettorale del 2020.

Sembra comunque soffiare un vento nuovo negli Stati Uniti, un vento di politici dal basso e per il basso che vanno allo scontro con l’establishment e le classi ricche americane. E’ da vedere se avrà abbastanza forza per sgretolare lo status quo e se arriverà anche nella vecchia Europa. Di sicuro ci sono politici che stanno aprendo la strada al ritorno dell’attivismo in prima linea, magari anche da noi qualcuno la seguirà.