(Recensione senza spoiler)

‘Dunkirk’ non è propriamente un film di guerra. È un survival movie. È un film sul terrore, sulla paura più estrema, quella della morte. Poco più di un’ora e mezza per raccontare non una battaglia, non un salvataggio, ma il disperato tentativo di 400.000 ragazzi di rimanere in vita. Perchè i militari intrappolati a Dunkerque erano per lo più adolescenti, mandati a morire contro un nemico senza volto. Non erano eroi, erano carne da macello, coricati sulla spiaggia in attesa di essere colpiti da qualche bomba lanciata all’improvviso. Christopher Nolan affida questi ruoli ad attori esordienti e sconosciuti, principianti nella recitazione così come principianti erano quei ragazzi mandati a impugnare fucili contro i tedeschi.

Nolan è più o meno quello che è stato Spielberg anni fa, un regista in grado di mischiare in maniera audace e intelligente cinema commerciale e pellicole d’autore. Ma se opere come ‘Salvate il soldato Ryan’ o ‘Band of Brothers’ mettevano in scena l’estetica e la spettacolarità (da intendere negativamente) della guerra, ‘Dunkirk’ si concentra esclusivamente sul senso di angoscia, di impotenza e di terrore che può provare un uomo su un campo di battaglia.

Non vi è una sceneggiatura, il contesto storico è appena accennato, non sappiamo nulla dei personaggi, del loro passato, delle loro famiglie, delle loro speranze. Spesso non sappiamo nemmeno i loro nomi. Perchè tutto ciò non ha importanza. L’unica cosa che conta, dentro quell’inferno, è sopravvivere e tornare a casa.

Nolan abbandona buona parte del suo cinema per farci immergere in un’opera del tutto nuova. ‘Dunkirk’ è un film atipico, qualcosa di innovativo e di inedito, lontano anni luce dalle pellicole belliche a cui siamo stati abituati. Probabilmente il primo film di guerra in cui non si vede sangue, ma se sei un bravo autore non hai bisogno di mostrare il sangue per impressionare il pubblico. È un film vero e proprio, dove a comandare non sono i dialoghi, ma le immagini: un montaggio impressionante, una fotografia grigia e piatta (vista poi in pellicola 70mm è davvero incredibile) e soprattutto un sonoro come non si era mai sentito prima.
Una caratteristica tipica del cinema di Nolan però rimane: l’ossessione per il tempo. Così come in ‘Memento’, ‘The prestige’, ‘Inception’ e ‘Interstellar’, anche in ‘Dunkirk’ esso gioca un ruolo fondamentale.
Il film si svolge su tre livelli temporali differenti. Gli eventi narrati via terra si svolgono nell’arco di una settimana, quelli via mare in un giorno, e quelli via aerea in un’ora. Inutile dire che questa destrutturalizzazione temporale che piano piano va a convergere in un unico punto è una delle caratteristiche vincenti del film. Perchè il tempo è fondamentale, in quanto è l’unico elemento a cui ti puoi aggrappare quando stai per annegare o mentre aspetti di essere colpito da una pallottola vagante. Il tempo che separa la tua vita dalla tua morte e che scorre velocissimo come un assillante ticchettio di un orologio che si fonde perfettamente con l’ennesima incredibile colonna sonora di Hans Zimmer.

Poi, se proprio si vuole fare i pignoli, qualche scelta discutibile, specie sul finale, la si può anche trovare, specialmente in quest’epoca in cui tutti ci sentiamo critici o registi improvvisati. Ma davanti alla potenza di un’opera del genere non pare proprio il caso.