Sono cresciuto tra gli anni ’90 e i primi anni duemila e vi prego di non odiarmi se confesso di non essere mai stato un fan di Dawson’s Creek e Buffy – l’ammazzavampiri. Come se non bastasse vi confido che ho smesso di guardare The O.C. a metà della terza stagione e ho abbandonato Smalville dopo l’episodio in cui Lana Lang scappa insieme a Lex Luthor tra fulmini e saette in una delle scene più trash che gli anni 2000 ci abbiano mai regalato. In compenso, ora che sono più vicino ai 30 che ai 20, anche io, come buona parte della popolazione mondiale, ho ceduto alla serie teen del momento: Tredici, la nuova fatica targata Netflix. Tredici è un prodotto young adult, pieno di cliché americani, non si discute. Ma allo stesso tempo presenta alcune grosse e interessanti novità che lo rendo un prodotto unico e parecchio innovativo nel panorama delle serie tv adolescenziali.
Ma cerchiamo di andare per ordine.

La vicenda si svolge tra le mura di una scuola dopo che una studentessa di 17 anni, Hannah Baker, decide inaspettatamente di suicidarsi. In seguito a questo drammatico evento un compagno di classe di Hannah, Clay Jensen, trova davanti alla propria porta di casa sette vecchie audiocassette registrate dalla ragazza prima di togliersi la vita. In questi nastri Hannah Baker spiega le tredici ragioni (da qui il titolo originale Thirteen reasons why) che l’hanno spinta a compiere il suicidio. 7 cassette, 13 nastri, ogni nastro una persona che più o meno involontariamente ha contribuito alla morte della protagonista.

Tredici Hannah Baker
Thirteen reasons why non è nient’altro che una campagna di sensibilizzazione di tredici ore su temi quali bullismo, violenza sessuale e suicidio. La serie vuole comunicare ai ragazzi l’importanza del chiedere aiuto, di denunciare chi compie violenze, di saper apprezzare i lati positivi della vita e maturare la consapevolezza che non si è mai soli: c’è sempre qualcuno a cui ci si può rivolgere e che ci ama per quello che siamo. Ma soprattutto la trasposizione televisiva del romanzo di Jay Asher vuole mostrare come il suicidio non sia mai e poi mai la soluzione. Togliersi la vita non elimina le sofferenze ma anzi, ne crea di nuove.
Non è una serie tv, è una pubblicità progresso e questo è forse il suo principale difetto. Il grande pregio, invece, è quello di essere riuscita a raccontare tutto questo senza cadere in alcun tipo di retorica ed è, probabilmente, il primo prodotto che riesce a fare una cosa del genere.
La love story procede in maniera molto semplice senza la minima traccia di romanticismo (non è un caso se gli unici due episodi leggermente smielati riguardino dei momenti che non sono mai esistiti, i cosiddetti “what if..”). Il bullismo viene trattato senza mezzi termini: c’è chi picchia e chi viene picchiato, senza villan che terrorizzano la scuola e senza eroi che difendono i più deboli. Le amicizie nascono, maturano e muoiono. E le poche volte che si riconciliano lo fanno senza abbracci o frasi strappalacrime. Non c’è la figura dell’insegnante eroe e neanche quelle del genitore confidente o del padre autoritario.

In Tredici, ogni singolo evento viene trattato in maniera fredda e distaccata senza mai cadere nella facile banalità di voler commuovere il pubblico con qualche messaggio emotional. E’ impossibile commuoversi guardando questa serie tv, è impossibile ridere, forse è impossibile provare qualsiasi sentimento. Il telefilm lascia lo spettatore distaccato, quasi indifferente e rassegnato. Quella stessa indifferenza e rassegnazione che si vede nello sguardo di Hannah, in quel primo piano che segna il punto di non ritorno. Per questo motivo risulta difficile immedesimarsi nella protagonista, capire il suo dolore e la sua sofferenza, perché tutti gli avvenimenti vengono raccontati con un funzionale distacco e una notevole freddezza, sottolineata da una fotografia tendente al blu e in contrasto con i colori caldi e accoglienti dei flashback. È molto più semplice entrare in empatia con Clay, probabilmente perché insieme a lui anche noi ricostruiamo la storia pezzo dopo pezzo. Ma se Clay viene emotivamente coinvolto nell’ascolto dei nastri noi rimaniamo spettatori esterni per tutta la durata della serie e questo ci permette di osservare in maniera oggettiva tutto il racconto. Per questo motivo, quando sul finale viene mostrato il suicidio, non vi sono né colonna sonora né voci fuori campo che provano a lasciare qualche messaggio di sensibilizzazione. Ci viene mostrato tutto senza cadere né nello splatter né nel retorico. La morte giunge con una semplice e terribile naturalezza che intinge la scena di un duro e crudo realismo.

Per quanto mi riguarda non sono stato particolarmente colpito dalla tematica, come, credo, quasi tutti gli adulti. Probabilmente perché a 27 anni, se qualcuno dovesse diffondere immagini che mi ritraggono in casa mia con le chiappe al vento proverei ad affrontare il problema in maniera differente prima di pensare al suicidio. In realtà sappiamo che non è così semplice, in quanto, purtroppo, la storia recente ci insegna che anche gente adulta è ricorsa ad estreme azioni per colpa di video diffamatori pubblicati sul web. E se per gli adulti è difficile, per gli adolescenti lo è ancora di più. Per i ragazzi tutto è “più grande” e il sommarsi di piccole cose che noi adulti possiamo (forse) gestire, per loro rischia di diventare enorme. Ed è per questo motivo che in alcuni momenti Tredici è volutamente esagerata.
Se vi state chiedendo se anche in questa serie troverete i classici stereotipi dei telefilm ambientati nelle scuole americane la risposta è si. Andando avanti negli episodi troviamo il figo della scuola che gioca a basket, il bullo, lo sfigato, il nerd, l’emarginata, l’omosessuale, la bella cheerleader, la studentessa modello, quella etichettata come “slut”, la prima cotta, il primo bacio, le feste, le amicizie tradite, l’amico con cui confidarsi e via dicendo. Elementi noiosi per noi che abbiamo vissuto la fine degli anni ’90, ma che possono essere divertenti per i ragazzi di oggi che si sono persi Dawson’s Creek e The O.C.
Pur avendo dei difetti (come l’inutilità del personaggio di Tony) la sceneggiatura è ben scritta, soprattutto se si tiene a mente che fin dalla prima scena si sa cosa accadrà nell’ultimo episodio. La regia di Tom McCarthy (premio Oscar per Spotlight) è decisamente interessante. Il montaggio è perfetto, in quanto passato, presente e visioni di momenti mai avvenuti si mischiano in maniera naturale, senza alcuna forzatura.


Quest’ultima produzione Netflix è la serie adolescenziale dei millenials ed è un prodotto decisamente superiore a quelli che sono toccati a noi quando eravamo alle superiori.
Tredici non è una serie che andrebbe vista il sabato sera. Per quello esistono produzioni nettamente migliori. È una serie che andrebbe fatta vedere nelle scuole, perché per quell’età e quelle tematiche è il miglior prodotto mai realizzato.
Ho passato parecchi anni in mezzo agli adolescenti in veste di educatore e ho sempre avuto difficoltà a trattare temi come questi. Ogni film, ogni servizio, ogni testo che trattava queste tematiche era sempre intriso di una noiosissima e banalissima retorica. Talmente assurda da rischiare di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato.
Tredici non è una serie per adulti, ma un telefilm per ragazzini. Un ottimo telefilm per ragazzini. È una perfetta serie adolescenziale che riesce a raccontare tutti i temi delle produzioni per teenagers senza cadere nelle classiche e inutili banalità.
Ora a quanto pare verrà realizzata una seconda stagione. Ecco, questa, per esempio, è una cosa di cui non si sentiva il bisogno.